Il caso Englaro
Se fosse altrettanto facile comandare alla coscienza quanto alla lingua, ognuno regnerebbe in piena sicurezza e nessun governo degenererebbe nella violenza, perché ognuno vivrebbe secondo le intenzioni dei governanti e soltanto in conformità alle loro prescrizioni giudicherebbe del vero e del falso, del bene e del male, dell’equo e dell’iniquo. Ma questo non può avvenire essendo impossibile che la coscienza soggiaccia assolutamente all’altrui diritto. Nessuno, infatti, può, né può essere costretto a trasferire ad altri il proprio naturale diritto, e cioè la propria facoltà di ragionare liberamente e di esprimere il proprio giudizio intorno a qualunque cosa.
Berlusconi ha detto: “Il padre della Englaro si vuole liberare della figlia”.
Alfano ha detto: “Eluana è morta di fame e di sete”.
Berlusconi ha detto: “Cultura della morte contro cultura della vita”.
Finocchiaro ha detto: “Questa vicenda è stata un'occasione per sfondare la porta del Quirinale”.
La destra ha detto: “Il governo ha deciso di voler procedere. Questa morte deriva da firme non messe”.
Il caso di Eluana Englaro ha messo ancora di più in evidenza come il popolo italiano coltivi un’insana patologia voyeuristica – qui non si tratta di discutere di profondi problemi morali, teologici, esistenziali. Da una parte ci sono due genitori disperati che, in balia di una legislazione inesistente e del fiato fetido di una Chiesa che legifera e predispone, in barba al libero arbitrio, hanno fatto di tutto per realizzare un desiderio della loro figlia, dall’altra una massa eterogenea di gente, cristiana, atea, laica, ortodossa, eterodossa, che si è autoproclamata giudice con lo stesso criterio delle nominations tanto cara ai reality.
Le parole hanno un peso e significati ben specifici. Per ignoranza o per malafede questa volta le parole sono state usate a sproposito e veramente sono state lanciate come pietre, ma, ahimè, presumo, che questo lancio continuerà nei prossimi giorni, forse, alimentato da politici cinici o fanatici e da mass media cinici e servili, sarà intensificato. Da parte mia non voglio certo entrare in questa mischia. Ritengo che l'unico atto, che veramente abbia a che fare con la morale, oltremodo stiracchiata da tutte le parti in questi giorni, in merito della penosissima vicenda umana di tutta la famiglia Englaro sia quello del silenzio, non certo il silenzio ipocrita del minuto del Parlamento, ma il silenzio del rispetto, il silenzio di chi non sa, di chi non conosce, il silenzio di chi non ha il diritto di intervenire come una piena sui fragili argini del dolore e della libertà.
Non sappiamo se Bruno Vespa abbia mai pensato di fare il giornalista. Forse in gioventù, quando i sogni si mescolano alle velleità… Sicuramente paga la quota annuale all’ordine e certamente nel suo contratto con la Rai sarà menzionato come tale. Tuttavia Bruno Vespa è più assimilabile all’avvocato di parte (o al politico) che al giornalista. Ne ha tutte le caratteristiche: tenta di apparire oggettivo e recita la parte del personaggio corretto che corrisponde alle norme deontologiche del mestiere dell’informazione; è comunque sufficientemente subdolo nel sostenere la tesi del suo padrone senza farsene accorgere smaccatamente. Vespa non informa, ma costruisce un’informazione di parte travestendosi da arbitro.
Fare filosofia, o peggio “teosofia” (che poi diventa truce politica, vaticana o governativa che sia) sulle labili certezze dell'energia elettrica mi pare stupido.
Il mondo occidentale è veramente malato. Trentatremila bambini africani muoiono ogni giorno, tutti i giorni, 365 giorni all'anno. Nessuno dice niente, perché non conviene a nessuno mettere in discussione il nostro modello di sviluppo per salvare altre giovani e sane vite. Meglio le comodità che sollevare il problema della povertà nei 2/3 del mondo...
L’altro giorno ero nello spogliatoio del club dove gioco a tennis e mi è capitato di ascoltare la conversazione tra due signori belgi che giocano alla stessa mia ora su un campo vicino al mio. Si tratta, a quanto ho capito, di un medico e di uno psichiatra e solitamente colgo brani di conversazione che riguardano casi clinici che l’uno o l’altro si trovano ad affrontare. L’altro giorno, mentre i due erano sotto la doccia e dunque ignoravano che io fossi nello spogliatoio, hanno cominciato a parlare del caso Englaro.


