Aa.Vv., E IL CAGNOLINO RISE

Tespi Editore, Roma 2009
narrativa
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John Fante, in “Chiedi alla polvere”, fa dire al suo Arturo Bandini di aver scritto un racconto dal titolo “E il cagnolino rise”, che in realtà non esiste. Da questa finzione letteraria parte l’iniziativa della casa editrice Tespi, nella persona di Pedro Adelante, alias Nicola Pesce, di una raccolta di racconti con questo titolo, ma racconti che non siano sciapiti, come lui dice. Come sia arrivato a Fante lo spiega nell’introduzione, certamente non per via scolastica ma attraverso Bukowski, il quale cita dovunque Fante, “insieme alla musica classica e alla birra”. Nascono così venti racconti di autori vari che giocano sul titolo proposto in modo più o meno libero, non necessariamente parlando di cani, anche se il cagnolino torna di frequente, talora volutamente in maniera ossessiva, come un refrain, o addirittura esasperata. I racconti aprono finestre sulla nostra società, con una amarezza di fondo conseguente al crollo delle illusioni. Salvifica rimane l’illusione di essere scrittore, pur conoscendo la precarietà del percorso, e non si evitano riferimenti al dilagare di tanta piccola editoria che cerca di campare sulle altrui illusioni. E’ il quadro di una gioventù precaria quello che ne emerge, di giovani che non sanno come sbarcare il lunario, che si adattano ad ogni tipo di lavoro, che conoscono la fame e l’umiliazione del proprio corpo, che conoscono il dramma della diversità offesa, quando ci si salva raggiungendo il distacco e l’aridità dei sentimenti. Solitudini esistenziali che si dilatano pur nel tentativo della vita di coppia, pareti di incomunicabilità che separano persone che dovrebbero essere vicine, valori educativi dimenticati da parte di una società divenuta gregge, che non sa pensare con la propria testa, dove “ bambini maleducati strattonano madri inutili cercando l’umiliazione reciproca”. Un senso drammatico dell’esistenza attraversa le pagine, con poche concessioni all’ottimismo, come in questo caso: “Suonai il campanello e lei uscì sulla porta. C’erano le campane anche in quella, ma andava bene, doveva essere una festa, dovevano squillar le trombe, perché io avevo capito finalmente, qual era la domanda giusta: -Come posso far sì che tu ti innamori di me, Mat -. E all’istante smise di piovere”. Nella perdita di riferimenti e di certezze si conferma il valore del qui ed ora, del vivere giorno per giorno: “tanto lo so che l’unico senso che posso dare alla vita è in quei granelli di polvere che giorno dopo giorno scivolano dalle mie dita”. Nella consapevolezza disincantata che ormai si è scritto tutto, di tutto e in tutti i modi, il richiamo di Fante e Bukoski ha portato ad un linguaggio disinvolto e realistico, a intrecci interessanti, quando si è evitato l’ eccessivo sperimentalismo e i registri linguistici forzatamente bassi.

Marisa Cecchetti