AGCOM: il persecutore

di Alessandro Agostinelli

Quando un’autorità terza (o che almeno dovrebbe esserlo) controlla, verifica e punisce sembra che questa nostra democrazia claudicante possa ancora respirare. Così le multe dell’Agcom ai telegiornali sdraiati di fronte al comizio berlusconiano sono sembrate un buon segnale anche di responsabilità civile. Ma le reazioni di chi si è sentito offeso dalle regole ci hanno di nuovo costretti al respiratore artificiale, e allora pare davvero che mai come oggi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non sia tenuto in gran conto nel sistema italico.
La nostra è una Repubblica fondata sulla persecuzione arbitrale. Si tratti di arbitri di calcio (sport accolto come prima occupazione intellettuale del maschio italico) o di arbitri d’altra natura (magistrati, giudici, commissione europea, authority varie, ecc.), ogni volta che questi “fischiano un fallo” le istituzioni e i sudditi, le aziende e i media diventano immediatamente vittime di chissà quale complotto.
Ogni volta che un’autorità pertinente mette il becco su comportamenti criminosi, atteggiamenti illeciti, azioni illegali, colui che contravviene alle regole inveisce contro chi lo chiama a una condotta corretta. Basta guardare i titoli del quotidiani di centrodestra il giorno dopo la multa comminata dall’Agcom ai canali televisivi che hanno permesso il comizio berlusconiano sul ballottaggio delle amministrative milanesi.
I primi a dare l’esempio negativo sono la maggior parte dei politici. Nessuno si pone il problema del proprio comportamento scorretto, nessuno corrisponde a un regime etico condiviso. Nell’epoca della fine delle verità ogni baggianata diventa autorevole, ogni bugia accampa un credito.
L’arte della politica, in parte, è diventata l’arte mediatica di offrire un’opinione in pasto al pubblico su qualsiasi argomento passi dalle agenzie di stampa nell’arco delle 24 ore. Esistono quindi dei politici professionisti che sono diventati incantatori di telecamere, e occupano parte della giornata a rincorrere i microfoni dei giornalisti, sentenziando comportamenti da tenere, suggerendo azioni da mettere in pratica, offrendo riflessioni da meditare. Questi mantra del già detto possono provocare la peggiore delle assuefazioni, quella da mistificazione della realtà, scollando l’opinione e quindi il pensiero dei cittadini dalle cose concrete della politica, e tacendo alla massa della popolazione sugli interessi nascosti. Anche l’uso improprio e ridondante di parole come amore e giustizia (per la politica) e amici (per i social network) agisce in modo violento sul significato delle parole stesse, e si giunge presto a un loro svuotamento di senso.
Nel giugno del 1968 il giornalista David Frost chiese a Robert F. Kennedy: “Come definirebbe una leadership?”. E Robert rispose: “Spingere la gente a esprimere le sue qualità migliori”. Purtroppo nel nostro tempo non è così, e siamo più vicini ai momenti dell’ultimo doge Lodovico Manin che a fine ‘700, quando la Repubblica della Serenissima stava ormai per cadere, vittima della sua stessa classe dirigente, dichiarò: “Fino dai primi tempi io aveva avuto occasione di conoscere che il nostro governo non poteva sussistere, attesa la scarsezza di soggetti capaci, l'abbandono e il ritiro di molti di essi, e che quelli che restavano pensavano più al privato che al pubblico interesse”.
Se accanto a questo aggiungiamo il vittimismo e la scaltrezza amorale tutta italica, il risultato non può che dimostrare la sussistenza del degrado. Questi italiani che ci governano dicono di essere perseguitati da chiunque li metta di fronte alle loro responsabilità. La loro prima occupazione è infischiarsene delle regole e adattarle al tornaconto privato, sprecando meno fatica possibile.

[25 maggio 2011]