Aleš Šteger, BERLINO

Zandonai, Rovereto (2009), Euro 15,00
narrativa
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La casa editrice Zandonai di Rovereto fornisce una ulteriore prova del proprio sguardo attento, in particolare in direzione dell’area balcanica, pubblicando anche in Italia “Berlino” di Aleš Šteger, nella competente traduzione di Michele Obit. Aleš Šteger, nato nel 1973, è una delle voci più importanti e rappresentative della nuova letteratura slovena, ed è noto in patria e all’estero soprattutto (ma non solo) per il valore delle sue tre raccolte poetiche pubblicate a partire dalla metà degli anni ’90, oltre ad essere uno degli animatori della vita culturale della Slovenia stessa. Questo libro raccoglie una trentina di prose scritte fra il 2005 ed il 2006 nel corso di un soggiorno nella capitale tedesca durato circa un anno, prose che però per certi aspetti mantengono l’approccio caratteristico della poesia.

 I brani proposti, tutti relativamente brevi, non seguono apparentemente un ordine logico o cronologico, ma si configurano come una raccolta di fotogrammi e di impressioni che Šteger ha poi sviluppato in modo autonomo l’una dall’altra. Spesso, quasi sempre, il punto di partenza è dato da un dettaglio, sia esso un oggetto, un comportamento, un’esperienza vissuta, ma quasi mai ciò ha a che fare con i luoghi più noti e famosi della capitale tedesca. Solo di rado e fugacemente, in un ruolo quasi marginale, compaiono il Reichstag, Alexanderplatz, Unter den Linden, le stesse vestigia del muro: i protagonisti delle prose sono invece la Berlino ed i berlinesi della quotidianità, luoghi e gesti che acquistano un significato nell’atto stesso di vivere o di essere vissuti. Sfilano davanti agli occhi bar di medio/basso profilo, mercatini delle pulci, coppie di anziani che passeggiano in strada, netturbini, insomma tutto il campionario di possibili persone e cose che non trovereste mai in una guida turisitica.
Quella di Šteger è quindi una lettura personale di Berlino, e non solo un libro su Berlino. L’autore osserva e annota da un punto di vista particolare, che è quello, pare di intuire, di uno straniero-ma-non-troppo, di una persona che conosce la lingua e almeno parzialmente la città, ma non abbastanza da appartenerle fino in fondo. Tiene il piede in due staffe e dunque in nessuna delle due, e dalla  marginalità – in qualche modo voluta e consapevole – costruisce un percorso dentro la propria esperienza di Berlino (annota infatti Dario Borso nella premessa: “Il confine lo si determina solo praticandolo, ergo togliendolo per continui, microscopici sconfinamenti”).
La riflessione, pur trovando origine in atti e gesti che potrebbero apparire quasi banali, si allarga nello spazio e nel tempo con aperture impreviste e profondità culturali notevoli. La difficoltà di programmare gli appuntamenti sposta l’orizzonte visibile fino a Tokio (“Al pari dei giapponesi, anche gli abitanti di Berlino vivono in un perenne futuro”); l’incontro con un gruppo di punk in una stazione del metrò rievoca un coraggioso e ironico paragone con i Germani di Tacito (“che amano dimorare, soprattutto d’inverno, in fosse scavate da loro stessi”); un paio di bicchieri bevuti fanno in modo che nei discorsi si possano intrufolare “l’Odissea, san Paolo e Schopenhauer, che santo certo non era”. Stupiscono in questi frangenti lo spessore della prosa e del pensiero di Šteger, che si rivela capace di trasformare una esperienza personale in un patrimonio collettivo che attraversa il presente  e le geografie. E che, un po’ come i resti del Muro, con una traccia rosso mattone circoscrive una città e le multiformi storie dei suoi abitanti attuali e passati.

 

Francesco Tomada