Alejandro Torreguitart Ruiz, ADÍOS FIDEL

In Italia ha esordito nel 2003 con Machi di carta/confessioni di un omosessuale, Alejandro Torreguitart Ruiz, cubano dell’Avana classe 79, tradotto da Gordiano Lupi. Ora è presente con Adiόs Fidel. All’Avana senza un cazzo da fare, racconti che lasciano amarezza e sgomento dietro la veste di ilarità e il loro linguaggio giovanilistico. Sì, perché sono storie vere, si susseguono come capitoli di un romanzo, che è il quotidiano a Cuba, ti portano sul lungomare dell’Avana nel passeggio di mulatte dal fondoschiena ammiccante che attendono i turisti, tra palazzi decadenti, nelle strade piene di buche, tra gente che si arrangia a campare perché lo stipendio, quando c’è, dura due settimane, scarseggiano anche riso e fagioli, mancano le medicine. Allora ci si inventa di tutto per far rendere il turismo, si vendono sigari, rum di poco valore e si ruba, la prostituzione è il mestiere che rende di più.
E ci si consola con il ritmo nazionale legalmente permesso della salsa, e con i sortilegi della santeria. Perché bisogna tirare la cinghia, come ha detto a suo tempo il Generale quando si è scoperto isolato, ma “la rivoluzione è solida e forte e i maledetti imperialisti non passeranno”. Quattro facciate di giornale su carta riciclata, con inchiostro che appiccica alle dita, tengono in piedi il sogno socialista dal cinquantanove, senza l’onestà di riconoscere la necessità di trasformazione e il fallimento del sogno. Intanto le elezioni si susseguono con gli stessi riti, ti scrivono nome, cognome e indirizzo sulla scheda, poi ti mettono davanti a due urne, una per il sì alla conferma del generale, una per il no, che rimane vuota. E lui passa a pieni voti, mentre si ripetono le sfilate organizzate dal partito in Piazza della Rivoluzione e nessuno osa assentarsi, se ci tiene al lavoro o a finire l’Università, e le facili esecuzioni eliminano chi si oppone al regime, perché “strumento dei capitalisti”. C’è rassegnata disperazione nel definire un unico grande quadro senza futuro, dove l’erede di Fidel è un giovane Raul di settantacinque anni, e non ha nemmeno la personalità e il carisma dell’altro, tanto che si teme il peggio e si osa rimpiangere il Generale. Si coglie nei racconti un amore profondo per la propria terra, per il fascino del suo mare, dei profumi, dei colori, per il coraggio della gente, e una malinconia li attraversa, con la consapevolezza dei limiti indecorosi e della mancanza di libertà, ma anche della incapacità personale di tentare la fuga. Per evitare la nostalgia. Adiόs Fidel è come un lungo dialogo con un avanero, dove allo scrittore fa da interlocutore la meraviglia silenziosa di chi legge. Per questo si finisce per accettare anche il linguaggio fortemente realistico perché, come precisa l’autore, non viene in mente un registro linguistico diverso, se si vive in mezzo ad una realtà di questo genere. E si rimanda la questione della lingua.
Marisa Cecchetti

