Alessandra Palmigiano, LA SECONDA NATURA

LietoColle, Faloppio 2008, pagg. 89, euro 13
poesia
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Una scrittura colta, rarefatta, insofferente a facili sensualità o stereotipi letterari (non ultimo, quello dell’equazione donna uguale corpo, così tradizionalmente associata alla dimensione femminile da indurre comprensibilmente un’autrice a guardarla, per lo meno, con sospetto).Un libro, quello di Alessandra Palmigiano, che anzi proprio sulla presa di distanza dal corpo delle cose, e ragionando su questa distanza che, nell’epoca moderna, sembrerebbe generare una sorta di secondo corpo arbitrario, discrasico e in ultima analisi aberrante, costruisce il tracciato della sua notevole opera prima, La Seconda Natura, appunto.

Dove si avverte, fin da subito, la tensione a una scelta linguistica sobria, rigorosa, sorretta da una sintassi a volte criptica se non depistante. Tutto nasce da una severità di sguardo esercitata innanzitutto su se stessi, nella consapevolezza della propria non uniformata posizione nel mondo (Se ancora ti interessa, pag. 52, Non appartenere, pag.129). E il disagio che necessariamente si genera da questa condizione di scollamento dal reale trova modalità di espressione lucida, sorvegliata dal pensiero e dall’intelligenza, armi affilate di un moderno soldato che non spera “la vittoria ma il momento della guerra/ il suo piovere nella grazia indisturbata/ del singolo fendente: la vittoria è una nuance/ un’interpretazione di cui non si sa niente” (pag. 54).
In questo clima di disincantato understatement si colloca la predilezione per l’uso di termini e metafore mutuati dal lessico scientifico (ne sovrabbonda, la plaquette, correndo il rischio di eccedere nel testo finale Sniper) che ben si prestano a rappresentare un universo esistenziale da un lato osservato con distacco, dall’altro vissuto con l’urgenza di cogliere la necessità, l’essenza delle cose, il loro vero senso. Per esprimere i quali Palmigiano avverte l’irrimediabile insufficienza della parola (e in questo senso è dolorosamente moderna): “né mi farò confondere dagli angoli/ delle parole che consegnano troppe/ cose, insieme troppe ma non vanno/ a stanarle, non stanano le cose” (pag. 42).
Oltre ai rimandi alla terminologia scientifica, motivati anche dal background dell’autrice, un ulteriore elemento di distanziamento tra il “sé” e la realtà (o meglio, di presa d’atto di questa divaricazione che non è certo solo personale, ma universale, almeno per la parte occidentale del mondo) appare l’uso della lingua inglese, nelle citazioni volutamente non tradotte, nei numerosi titoli di componimenti e nella stessa scelta della traduzione dei testi a fronte. Un espediente simbolico e funzionale, di nuovo, alla rappresentazione di un’alterità, di una distanza immedicabile tra l’”essere” (la prima natura?) e un “essere” in seconda battuta.
Sul piano formale, interessanti procedimenti di ripetizione fonica e verbale (talvolta di ripetizione differente, come nella comunicazione visiva) creano piccoli ingorghi nei quali una sorta di corto circuito semantico costringe alla resa momentanea (il “che hanno”, riferito ai gatti, e l’aggettivo “uguale” ripetuti più volte e a distanza ravvicinata in Gioco d’azzardo e Mrs & Ms Black).
Infine, ad allargare le maglie di una tesa trama tematica, bolle (apparentemente) disimpegnate di quotidianità e toni bassi (“La bottiglietta da un terzo di litro/ come si vedono bere le modelle”, pag. 18; “il laser del supermercato”, pag. 48), culminano nell’irruzione improvvisa di un fatto di cronaca, con un cognome, “Gardini”, che esplode davvero come un proiettile a pag. 14.

Luisa Pianzola