Alessandro Canzian, Canzoniere inutile

Ci sono sei poesie potenti in questo lavoro di Alessandro Canzian, uomo devoto alla poesia e alle lettere, tanto da sfarinare la sua autentica voce poetica anche nella critica letteraria e da qualche tempo nell’editoria, dirigendo la Samuele Editore. Non dico che gli altri testi poetici che compongono Canzoniere Inutile siano superflui, anzi, credo di essermi attaccato solo a ciò che la lettura mi ha lasciato attaccato alla pelle. Sì, perché si legge con dolore e disagio questa raccolta piena di una sorta di entomologia del disamore, con rari ma profondi accenti filosofici.
“Il giardino che dietro la casa/ghiacciava un poco tra i radi/filari di neve/e i cachi – distanti -, m’era/ una chiara immagine del male./Un gatto che oltrepassa le scaglie/d’una siepe, sospinto dalla fame.”
La memoria dell’infanzia si raggruma nel sentimento, a volte spaurito a tratti gemente, di un cuore in inverno, di un’emotività provata dalla ferita. E tutto, dalla religione (“…ammetti che anche Dio/può essere triste quanto un uomo”) agli oggetti (“la tenda è dopottutto un gesto/quasi privo di saluto”) è fecondato nella parola da quelle che Steiner chiama le “ragioni della tristezza del pensiero”. Ma in Canzian questa tristezza immantinente sembra precedere il pensiero, in una parola poetica che passa direttamente dal nervo al verbo.
Canzian apre con un verso che echeggia l’ultimo Montale (“Cos’altro era il cane al tuo braccio/ se non scheggia di vita”) e non sappiamo davvero quanto questo pesi nel seguito di questo canzoniere, visto come si fa intima e diretta la voce di Canzian, quasi lui stesso la volesse tenacemente difendere dai riflessi fonici e dalle citazioni, quasi a marcare il campo di questa poesia solo con i suoi sentimenti riportati in scrittura.
È ancora Steiner a ricordarci qualcosa che ritroviamo in Canzian, quando dice: “Ascoltate con attenzione il corso del pensiero: sentirete, nel suo centro inviolato, dubbio e frustrazione.” Così per questo poeta del nord-est, giovane e già maturo. Come nella poesia di pagina 38:
“Tra il vento e le crepe d’un inverno/una rondine che arriva. È tutto finito/ti dice un cielo che non scroscia, eppure/non può finire ciò che esiste/quasi in eterno, non la pietra arrovellata/da una cupa umanità, non la forma/di memoria che infittisce nella storia./Perché finisce l’uomo, non la sua penombra”.
Alessandro Agostinelli

