Alfredo Panetta, Na folia nt’è falacchi (un nido nel fango)

Pianteda (so), Edizioni CFR, 2011, pp. 44, Euro 10,00
poesia
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La poesia in vernacolo ha rappresentanti di altissimo livello e tra questi Alfredo Panetta (nato a Locri - nel 1962; vive a Milano dal 1981) è sicuramente nella cinquina di testa. L’esordio è nel 2006 con “Petri i limiti” (pietre di confine), pubblicato per i tipi di Moretti e Vitali. Il libro fa incetta di premi, dando conferma della poesia di Alfredo Panetta. Un libro che è (cito) «composto da tre quartine di stridente energia linguistica che non sarebbe dispiaciuta a Cesare Pavese. Sullo scenario di un mondo selvatico, crudo, animalesco, affondato in una dimensione arcaica e mitica, emergono figure plasmate in una materia scura. Inchiodato ai suoi inamovibili cippi, alle "pietre di confine" della memoria, questo mondo è ritrovato nel verso, ma di un verso che sembra fatto anch'esso di calcinacci, di terra, di grumi, di grondanti umori». Il dialetto è il calabrese di Locri, con una mirabile traduzione a fronte in lingua italiana, ad opera dell’autore stesso.
La scrittura di Panetta continua e nel marzo 2010 viene pubblicato l’altrettanto denso volume di poesie “Na folia nt’è falacchi” (un nido nel fango), una seconda prova che riafferma quanto la poesia di Alfredo Panetta sia valida e assolutamente degna di attenzione.
Il linguaggio di Panetta è ruvido, pietroso, sincero, intemperante. Ritorna tutto il mondo originario di Panetta, un mondo arcaico, memoriale, fatto di uomini taciturni costruiti dalla fatica o donne misteriose e passive; sole ed ulivi, terra spaccata dalla siccità, capre, magare, ombre che disegnano nuove geografie dentro una luce che è sia vita che una punizione. Alfredo Panetta scrive di pancia ma con una attenzione alla lingua altissima: non fa gioco intellettuale, mastica invece le parole e le sputa, scrive come parla, parla come mangia. Le poesie sono crude, aspre, provocatorie. Le metafore sono tanto chiare (laddove aleggia la saggezza popolare) quanto urticanti , invettive dal sapore biblico. Non c’è solo Panetta nei testi, ma  una moltiplicazione (attraverso la voce dell’autore) di un popolo millenario, resistente,  che si fa scoprire per mezzo di una nudità schietta. Gesti, silenzi, parole dosate perché anche il silenzio sa dire. Al contempo è la voce e la storia di una umanità che da sempre non ha scampo dal lavoro, che suda il pane, che non chiede prestiti morali né elemosine materiali. Le vicende che Panetta trasmette in poesia sono solchi nella corteccia di alberi, sono gli occhielli degli alberi tagliati, sono il sapore buono ed acre del legno che brucia.
“Na folia nt’è falacchi” (Premio Fortini 2010 e  Premio Pascoli 2011) porta una accorata  prefazione di Nerina Garofalo (lei, inoltre, è la curatrice del volume) e una nota in chiusura del poeta Gianni Priano del quale riporto un bel passo, quando annota «Sbaglia Giovanni Giudici quando diceva che scrivere in dialetto è come nuotare con le pinne. Chi scrive in dialetto, al contrario, nuota con una pietra al collo, pancia a terra, rocce che ti scheggiano e pescecani che ti divorano». Una definizione bruciante ed esatta, che sottoscrivo appieno.

PIGGHJIATA ‘I FORZA

E’ muta a catramma, ngurnatu
‘u gurnali ‘i sputazza, nta sta stati
c’a facci d’a parti fagghjiata,
mi spiju chi curpa o Signuri
u m’ammèritu sti xammi
c’abbruscianu a menti e cìnnari
fannu di l’ossa. I jorna ‘i llicriju
ora sunnu na mascara ‘i pacci
chi conzu ch’i mani abbruschjiati
e non sbuja na gugghjia di xatu
di l’abissu chi spingi e mi sarda a na petra.
Viju ‘u sangu a pisciotti nchjianari
sjancata la striscia di gumma
tambutu nta ‘n jornu quarsesi
na vita quarsesi eu vaju, Gihanti
m’arrassu d’i tò lami a pregari
pè ttia puru, nta ll’aria ch’i sali
si vesti e chjiama l’umbri a rapportu
mi preparu sbrogghjiandu i capiji
all’Incontru.

STUPRATA
E’ muto il catrame, bagnato/ da una pozza di sputo, in questa/ estate dal volto sul lato/ sbagliato, io mi chiedo che colpa/ o Signore per meritare quest’afa/ che brucia la mente e fa cenere/ d’ossa. I giorni allegri/ ora sono una maschera sadica/ che modello con le mani escoriate/ e non esce uno spillo di fiato/ dall’abisso che preme e mi salda a una pietra./ Vedo il sangue a flutti salire/ sbiadita la striscia di gomma/ mia tomba in un giorno qualunque/ una vita qualunque io vado, Gigante/ lontano dalle tue lame a pregare/ anche per te, nell’aria che si veste/ di sale e chiama le ombre a rapporto/ mi preparo sciogliendo i capelli/ all’Incontro.

Fabiano Alborghetti