Amy Gutmann e Dennis Thompson, WHY DELIBERATIVE DEMOCRACY?

Nel corso degli ultimi anni, l’importanza attribuita alla democrazia deliberativa, all’interno del più ampio dibattito sulla democrazia, è andata man mano crescendo, tanto che la letteratura, a oggi, è molto vasta, sia dal punto di vista teorico sia da quello delle analisi empiriche, che con vari metodi valutano la messa in pratica della democrazia deliberativa che si sta diffondendo in moltissime parti del mondo.
In questo contesto, il libro di Gutmann e Thompson, che si compone di sei saggi scritti dai due autori dal 1990 al 2004, ha due meriti principali. Il primo, fornire un sintetico e chiaro quadro di riferimento teorico del dibattito internazionale. Il secondo, approfondire il discorso all’interno del dibattito filosofico, apportando un non trascurabile contributo.
Il primo capitolo, What Deliberative Democracy Means, unico articolo originale della raccolta, fa da introduzione, non solo all’intero testo, ma alla teoria deliberativa, può essere letto da chiunque voglia avere, anche senza particolari conoscenze in materia, un primo approccio non banale con il quadro teorico della democrazia deliberativa.
I due autori non rimangono però neutrali all’interno del dibattito internazionale, anzi, già dal primo capitolo, chiariscono il significato che per loro dovrebbe avere la democrazia deliberativa. Che cosa è allora la democrazia deliberativa? In sintesi: “we can define deliberative democracy as a form of governement in which free and equal citizens (and their representatives), justify decisions in a process in which they give one another reasons that are mutually accettable and generally accessible, with the aim of reaching conclusions that are binding in the present on all citizens but open to challenge in the future.” (p. 7).
La definizione sembra semplice e quindi pacifica la sua condivisione. Ma non è così. Infatti, chiamando in causa alcuni principi come libertà, uguaglianza, reciprocità e procedure come la giustificazione delle decisioni attraverso il confronto continuo con ragione di tutti gli attori, la definizione può attirare molte critiche perché espressione di una precisa impostazione teorica tutt’altro che universalmente condivisa.
E proseguendo la lettura degli altri capitoli, in particolare il terzo e il quarto, ci si addentra più approfonditamente nella complessità della teoria. Ma non voglio andare oltre, mi basta accennare, inevitabilmente banalizzando il denso ragionamento degli autori, a un’idea molto interessante che può offrire spunti di riflessione. Il quarto capitolo, Why Deliberative Democracy Is Different, è dedicato a evidenziare quelle che per gli autori sono le differenze della democrazia deliberativa rispetto ad altre teorie. Dopo un veloce resoconto delle principali teorie, gli autori spiegano la differenza della loro teoria di democrazia deliberativa. In sintesi, la differenza principale sta nella sua caratteristica “dinamica”, che indica la capacità di adattarsi continuamente, avendo nella sua stessa natura il significato della propria revisione. Questo la porta ad essere moralmente e politicamente provvisoria, non nel senso negativo di indifferenza a qualsiasi posizione ma di apertura a qualsiasi posizione, di possibilità di mutamento di posizioni, ovviamente nel quadro degli elementi che definiscono la democrazia deliberativa. Questa caratteristica, alla luce della nostra società, che si contraddistingue dalla differenza di posizioni dovute da diversi punti di vista morali, culturali, ecc. su particolari argomenti, quelli che vengono definiti eticamente sensibili, può fare della democrazia deliberativa il miglior approccio per trattare in modo concreto tali argomenti.
Claudio Serni

