Analisi del berlusconismo

di Marco Giaconi

La sinistra non ha capito un fico secco della politica di Silvio Berlusconi. Ecco perché perde. La politica è una scienza quasi esatta che si basa sull’analisi oggettiva di quella che Machiavelli chiamava la realtà effettuale della cosa. Se si confondono fatti e teorie, l’essere e il dover essere, si perdono le elezioni. Vediamo però che cosa non è il berlusconismo. Il Cavaliere non è un nuovo duce. L’Italia è un paese pluralista, Il Fatto Quotidiano è un successo giornalistico (e se lo merita, è fatto, appunto, benissimo) i media sono liberi di dire peste e corna del Premier e dei suoi ministri. Chi pensa che ogni governo di centro-destra debba essere per forza fascista, non conosce né il fascismo né la democrazia. Si tratta di pseudointellettuali che non stavano “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, e già lo slogan la dice tutta sulla loro caratura morale e culturale (anche se alcuni militavano nel PSI e alcuni sono passati al PDL). Il Cav. non è nemmeno un peronista. Il peronismo argentino era la gestione allegra e folle dei sovraprofitti che il paese sudamericano aveva lucrato, in un regime di quasi-monopolio, dalla vendita ad entrambe le parti in conflitto della sua produzione agricola, durante le due guerre mondiali.
Magari, Silvio Berlusconi vorrebbe essere Evita Peròn, piuttosto che il grigio e ingessato Juan Domingo. Arringare le folle con le mani appesantite da gioielli pari al controvalore di un’azienda agricola, esaltare i suoi descamisados, distribuire tonnellate di pesos mentre passa in treno, tra folle urlanti di gioia. Ma non è possibile, l’Italia e l’UE vivono una lunga fase di decrescita, non c’è nessun tesoro andino con cui fare il carnevale, prima che arrivi la lunga notte delle dittature e delle crisi. Il Cavaliere di Arcore non è nemmeno il leader della rivoluzione liberale italiana. Forza Italia prima e il PDL oggi hanno componenti liberiste, ma il centro-destra, come peraltro il vecchio “Ulivo”, è semplicemente una forma estrema della ideologia italiana: un partito che riflette al proprio interno le lobbies più importanti e maggiormente capaci di ricompensare, in voti, le scelte di distribuzione di privilegi e di protezione dei singoli mercati da parte dei vari governi. Sono i gruppi di potere a portare voti, che il partito-contenitore amministra per mantenere i consensi e magari ampliarli. Le lobbies cercano protezione e finanziamenti, non il libero mercato. Silvio Berlusconi non è nemmeno il rappresentante dei poteri forti, che anzi lo hanno sempre osteggiato e lo tengono ai margini dei loro salotti, quelli che i cafoni definiscono buoni.
Il Cavaliere non è nemmeno, infine, il ritorno della famosa P2. La loggia coperta gestita da Licio Gelli serviva a tutti, comunisti compresi, come camera di compensazione per gli affari, e soprattutto la P2 era l’organizzazione italiana di una rete che non portava alle democrazie anglosassoni, ma all’America latina e all’Est. È la moglie di Massimo d’Alema che, da brava archivista, sta catalogando tutti i documenti che Licio Gelli ha consegnato allo Stato.
Non è nemmeno del tutto vero che Silvio Berlusconi sia entrato in politica (lui direbbe “sceso in campo”) per salvarsi dai suoi problemi finanziari e giudiziari. Il Cavaliere, che non è uno sprovveduto (e questo lo riconoscono anche i suoi più acerrimi nemici) sapeva benissimo che, se trasformava la rete dei venditori di Publitalia in un partito, lo avrebbero massacrato in tribunale e nelle banche creditrici. Nella fase immediatamente precedente alla “discesa”, era questa la sua ossessione, unita al timore che qualcuno lo volesse spedire subito al Creatore. I capitani di industria fanno sempre come Enrico Mattei, con i partiti politici. “Sono come i taxi - diceva Mattei - si sale,   si dice dove si vuole andare, si paga e si scende”. Evitare l’emmerdement derivante dalla politica politicante è il primo comandamento dei grandi industriali italiani.
Il Cavaliere è entrato in politica dopo che il pericolo concreto di una vittoria della sinistra di Achille Occhetto si era stagliata chiaramente all’orizzonte. Ebbe abboccamenti e trattative, in Liguria, con quelli del “patto Segni”, ma il referendario sardo non intendeva “vendere” il suo movimento diventando l’esecutore materiale di Silvio Berlusconi e dei suoi interessi. Il Cav. si decise a fare di testa sua quando i sondaggi riservati mostrarono che, dopo Mario Segni, era lui il più popolare leader probabile dei moderati. Infine, la scelta di Silvio Berlusconi di correre da solo l’avventura della politica fu benedetta da una cena al Grand Hotel di Roma, con Rossignolo, l’uomo-Fiat che curava i rapporti con i politici, ed altri potenti del momento, e qualcuno anche dell’Italia attuale. “Se vince Silvio vinciamo tutti, se perde, perderà da solo”, fu la battuta di Gianni Agnelli dopo che ebbe le notizie sulla riunione romana. Non è nemmeno vero, poi, che il Cavaliere abbia “sdoganato” il MSI. La destra di Giorgio Almirante e Gianfranco Fini era stata rimessa in circolazione da Bettino Craxi, che voleva usarla contro la DC, organizzando la splendida mostra sugli Anni Trenta a Roma, curata da Giano Accame, autore di un “socialismo tricolore” che fu la traccia della nuova presenza del MSI nell’agone politico post-guerra fredda (Giano Accame, Socialismo Tricolore, Roma, Editrice Nuova, 1983, Euro 10).
La Chiesa non era del tutto contenta dell’operazione. Il Vaticano ha tentato, fino ad oltre la morte (è il suo mestiere, d’altronde) di rivitalizzare la Democrazia Cristiana. Solo alcuni gruppi, tra i quali l’Opus Dei, e alcune Chiese locali, erano favorevoli ad un grande partito di centro-destra che raccogliesse cattolici e laici, senza forti caratteristiche confessionali. D’altra parte, era stato proprio il Fondatore dell’Opera, San Josémaria Escrivà de Balaguer, a bloccare sul nascere, in Spagna, i vescovi che stavano eseguendo l’ordine di Palo VI di dar inizio, alla fine del franchismo, alla DC locale.
Ma allora, che cos’è il berlusconismo? È l’ultimo dei governi tecnici che hanno accompagnato la lunga crisi italiana dopo la cessazione della guerra fredda. Amato, Ciampi, Dini, lo stesso Prodi, sono dei tecnici che la politica ha chiamato in una fase nella quale non sapeva che fare. La paura della Lega Nord ha fatto il resto. Abbiamo avuto il governo della Banca d’Italia, quello di una sinistra tecnocratica fortemente legata agli USA, la parentesi d’Alema, usata per bombardare la Serbia quando nessuno degli altri leaders voleva farlo, e ora abbiamo il governo del fondatore e maggiore azionista di Mediaset. Una classe politica frazionata, un forte elemento di destrutturazione del tessuto produttivo e politico nazionale, la fluidificazione dei ceti di riferimento di tutti i partiti politici hanno fatto il resto. La classe operaia non c’è più, e nelle piccole e medie imprese, che non sono Mirafiori o l’ILVA, e che comunque non sono più in mani italiane, votano a destra. Perché hanno bisogni e interessi diversi, sognano un altro sogno rispetto agli “operai-massa” di Enrico Berlinguer e, magari, della vecchia sinistra DC. Il ceto medio che votava i partiti di centro è differente da quello delle aspettative crescenti che faceva il tifo per Ugo la Malfa o per Giovanni Malagodi. È cambiata la società italiana, è cambiata, direbbero i marxisti, la “composizione di classe”, e quindi non si devono maledire le masse che votano PDL. Non è più possibile fare come consigliava Bertolt Brecht, “se il popolo non esegue, cambiamo il popolo”.
 
[9 gennaio 2010]