Andrej Longo, Dieci

Adelphi 2007, € 15, pagg. 150
narrativa
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Dieci, come i Comandamenti, i racconti di Andrej Longo, ischitano, ognuno dei quali contiene la negazione e l’omissione di una legge sacra, fondamentalmente quella del rispetto umano e della vita. Con la citazione del primo comandamento l’autore apre sulla violenza organizzata della camorra, onnipotente e onnipresente, che impedisce iniziative personali: “se chiami la polizia hai finito di campare. Bene che va ti sparano nelle cosce mentre torni a casa. E dopo ti appicciano l’officina”. C’è l’incontenibile smania di successo di un arrivista che finisce per diventare cavia del suo protettore, il dio a cui si è costantemente rivolto, che dà e chiede, e non tollera nessun cedimento: “Ero diventato un visitor, che gli regalano la dose quotidiana per vedere se muore o resta vivo dopo che si è fatto. Se resta vivo hanno tagliato bene e possono vendere, se muore hanno incasato troppo la mano e debbono alleggerire un poco”.

L’assenza di lavoro costringe un marito ad allontanarsi da casa, tredici anni di ritorni in famiglia solo al martedì, senza santificare mai le feste: “Non è che mi lamento – dice la moglie- lui mi vuole bene. Lavora come un disgraziato perché non deve mancare niente…però mi manca lui…la vita non è eterna…un giorno ti svegli con un dolore da qualche parte…e non ci sta più tempo di aspettare”. La disperazione silenziosa di un figlio tredicenne pone fine alle sofferenze della madre su richiesta di lei –onora il padre e la madre-, visto che l’altro figlio non ha avuto lo stesso coraggio: “Mi è tornato in mente di quando ho premuto il cuscino e di come lei muoveva le braccia. Ho pensato che quel momento non me lo scordavo più”. Il quinto comandamento, non uccidere, si apre su un interno di famiglia, in cui un figlioletto idealizza la figura e il lavoro del padre e sogna di imitarne la carriera, ignaro del fatto che lui vive  nel mondo del crimine. Lui, un misto di comportamenti estremi e di dolcezza paterna, cerca di distoglierlo inutilmente: “Perché io volevo fare il calciatore- ho detto- volevo farlo, ma non ho potuto. E se tu invece ci riesci, allora papà è contento e ti vuole ancora più bene. Hai capito perché?” La violenza sessuale è stigmatizzata dal sesto comandamento, e ci porta tra le pareti domestiche, con lo strazio di una adolescente che è costretta a liberarsi in segreto del fardello lasciatole in grembo dal padre: “Mi sono seduta e mi sono coperta le gambe con il lenzuolo. La testa mi girava come un pallone, però il freddo mi era passato. Si è toccato in mezzo alle gambe e ha fatto per avvicinarsi. Ho aperto il cassetto e ho tirato fuori le forbici: -Fai un altro passo e ti scanno- ho detto”. Il settimo introduce un ladruncolo che esercita il suo potere costringendo gli altri ad abbassare lo sguardo. Ferisce a morte un vecchio pensionato che senza paura gli fa resistenza, poi va in crisi non per rimorso di coscienza, ma perché è crollata la sua teoria sulla divisine del mondo, “quelli che abbassano lo sguardo e quelli che no”. C’è anche chi ritorna a Napoli dopo esperienze che lo hanno maturato e non riesce a sopportarne il degrado morale, di fronte allo stupore di chi ormai ci si è abituato: “per evitare di farmi troppo domande, non ci facevo più caso a quello che succedeva intorno, alle montagne di monnezza per strada, ai morti ammazzati, agli scippi, al parcheggiatore che pretende i soldi pure se c’è il parchimetro. E mi abituavo ad abbassare lo sguardo per evitare guai…Forse era proprio come diceva lui, però non mi andava di riconoscerlo”. Il bisogno di sicurezza economica per i propri figli spinge le madri a compromessi con la propria coscienza. Nel racconto introdotto dal nono comandamento, nel giorno del matrimonio la madre dice alla figlia: “Carmine è la fortuna tua. E’ ricco. E’ bello. E’ rispettato da tutti”. E se la figlia ama un poveraccio: “Tu mo’ ti sposi a Carmine Acciardi. Passato l’entusiasmo dei primi mesi tuo marito molla la presa, tu sei più libera e ti fai tutte le cofecchie che vuoi, col marinaio, co’ l’idraulico, co’ chi ti pare a te”. In un crescendo di toni si arriva al decimo: due giovani malavitosi che usano la violenza come lasciapassare, senza nessuna  remora morale, si troveranno a scegliere, l’uno conto l’altro, finiti nelle mani di chi è più potente di loro: “Però, o io o lui, non ci stava soluzione. Mentre lo guardavo, mi è sembrato che piano piano stava diventando un animale, come a quei cani che tengono la pancia aperta, stanno morendo e non si decidono…Ho sollevato la pistola”.

Sono situazioni definite con mano sicura, con dialogo agile, in un misto di italiano e dialetto che non disturba ma dà colore e sonorità musicale, quasi ad alleggerire il peso di un contenuto disperato. Un’opera di denuncia, quella di Longo, attraverso racconti che da una parte richiamano il teatro per la forma, la struttura, la asciuttezza scabrosa del parlare, dall’altra rimandano per alcuni aspetti alla testimonianza di Saviano in Gomorra. E lasciano un senso di impotenza, perché il lettore va oltre la finzione letteraria e sa bene che corrispondono a fatti che quotidianamente riscontriamo nel vissuto e nel costume, dove si sono abbarbicati come un cancro difficile da estirpare.

Marisa Cecchetti