Anna Lombardo, Quel qualcosa che manca

Le Voci Della Luna Edizioni, Sasso Marconi, 2009, pp. 85, Euro 10,00
poesia
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Non posso fare a meno di trovare qualche parallelo, leggendo la poesia di Anna Lombardo, pur sottolineando la totale padronanza di stile dell’autrice quanto una voce propria e che quindi “non assomiglia a questo o quell’autore”. Alcune rette sembra corrano parallele: Jack Hirschman (citato anche nei ringraziamenti), Ferruccio Brugnaro (consonanza non solo geografica, abitando entrambi l’area di Venezia ma anche l’uso di una poesia civilmente indignata), come anche Franco Costabile dell’ormai introvabile “La rosa nel bicchiere” o –spingendo ancor più oltre- la poesia di Ken Saro-Wiwa, poeta ed intellettuale nigeriano della etnia Ogoni, impiccato dalla dittatura nigeriana per essersi opposto alla distruzione del delta del Niger a causa delle trivellazioni petrolifere; o ancora a Nichita Stanescu, poeta e saggista romeno portavoce di un mondo più umano avendo vissuto sotto la dittatura comunista ed eletto cantore della resistenza. Spingerei anche verso il poeta somalo Hadraawi, considerato al pari di un profeta e che è stato capace di portare la poesia profondamente nella gente e spigolosamente contro il regime, così come fece Ernesto Cardenal in Nicaragua. Ed altri ancora, ad ogni latitudine. La poesia di Anna Lombardo, in questo coinvolgente cantico diviso in tre sezioni e come giustamente annota nella prefazione Chiara Cretella, segue questa linea ed è usata come manifesto politico, come denuncia di violenze o guerre o sopraffazioni. Le tre sezioni percorrono una storia del mondo “sotto la dittatura degli uomini” e come da manifesto della Lombardo, “la poesia è l’unica arma per non soccombere alla distruzione (…)”.
La lingua “della denuncia” è sia l’italiano che l’inglese con mirabili traduzioni firmate proprio da Jack Hirschman quanto di  Erin Andersen, Lowell Edmunds, Viviana Gaballo e Ludovico Geymonat e della stessa autrice.
Nei testi Anna Lombardo non risparmia nulla, specie la consapevolezza di come la società della coscienza si ritrovi isolata, profondamente disinformata e frammentata tra i suoi esiliati (noi tutti, vittime ed al contempo carnefici con un particolare occhio verso i veri esuli della vita, “i soccombenti”). I versi sono in forma incisiva e sentenziosa, un pugno battuto sul tavolo, l’alzarsi in piedi per gridare dissenso e vergogna. Siamo nel XXI secolo: siamo il tempo che ha conosciuto la fine dei totalitarismi e delle guerre fredde, il crollo dei muri e dei blocchi contrapposti, convogliando però il mondo nel terrorismo ideologico e globale col risultato di aver generato nuove guerre “asimmetriche”, quelle del genocidio sistematico; e nuovi campi di detenzione e tortura (Guantánamo et similia, come ben ne scrive la Lombardo); e sopraffazioni e destini sperperati.
Consolazione (illusoria forse) è che ancora una volta, in mezzo a questo sfacelo collettivo, la voce della poesia riappare a testimoniare la crudeltà e la vergogna ma tende anche verso una speranza, offerta a più riprese, gridata con ogni stilla di voce e sangue. Esemplare (ed esemplificativo) il testo in chiusura di silloge, “Didone a una Kamikaze” dove gli ultimi versi riprendono la Didone ungarettiana (Grido e brucia il mio cuore senza pace/ Da quando più non sono/ Se non cosa e rovina e abbandonata//) alla quale la Lombardo dà nuova parola con una mano tesa, un gesto di speranza o resa o infinita, domanda, un “perché?” chiamato a gran voce per chiedere di deporre la follia prima che sia troppo tardi: “Didone per sempre vi abbandona// e maledice questa stirpe/ che il fuoco ama più del calore// e che potendo adesso di certo quella pira/ giammai più le infiammerebbe il cuore!//

Fabiano Alborghetti