Anna Ruotolo, SECONDI LUCE

LietoColle, Faloppio, 2009, pp. 74, Euro 10,00
poesia
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Basterebbe scorrere nel sito dell’editore LietoColle il non corto elenco di attestazioni, recensioni, segnalazioni che salutano questo felice esordio per comprendere la portata di “Secondi luce” di Anna Ruotolo (classe 1985).
Anticipate in parte nel numero 240 di “Poesia” (luglio/agosto 2009) le quarantadue poesie che compongono la raccolta sono suddivise in due sezioni rispettivamente di trentacinque e sette testi. La prima sezione, “Una luce di lampi”, è a sua volta divisa in tre parti: “La forma del tempo” (quattordici poesie), “Terra di mezzo” (quattordici poesie), “E t’auguro un viaggio che duri” (sette poesie). La seconda sezione, “Gli alberi di ghiaccio”, è sottotitolata “L’ultima nave a partire è l’abbandono” (sette poesie). È evidente già da questa secca e apparentemente sterile fotografia della struttura del libro che il numero sette sia molto di più di un semplice numero; esso è probabilmente un preciso riferimento alla grande stagione poetica italiana (ed europea) del secondo novecento più che del primo. Mi vengono alla mente “Un posto di vacanza” di Sereni, composto di sette parti, o i più frequenti poemetti di Luzi non di rado anch’essi divisi in sette parti. Esso credo sia inoltre un altrettanto preciso riferimento al tempo e alla sua dimensione umana, nella misura della settimana che scandisce le attività dell’uomo, che fa da contrappunto al tempo universale (da intendere dell’universo, e anche in questo caso comunque il sette trova un suo doppio simbolico nella creazione raccontata nel Genesi) esplicitamente ripreso nel titolo; quella intercapedine tra tempo e non-tempo come l’ha splendidamente definita Alessio Alessandrini.
Del resto è sempre una lunga linea temporale quella che viene condensata in alcuni rapidi e felicissimi attacchi; come «Ora per crolli mi ritorni negli occhi» (“Istruzioni sulla dote”, dedicata alla madre; p. 42), oppure «Vorrei scostarti rondini dagli occhi» (“Vorrei scostarti…”, p. 49), entrambi versi splendidamente intrisi di Montale ma non copia di Montale, cosa che potremmo aspettarci da una voce innamorata di certo Novecento, quello che ancora ci parla con una lingua limpida e innamorata della parola. Il ricorso a precisi modelli è per la poesia della Ruotolo l’equivalente di una preghiera rivolta ai numi tutelari della sua ispirazione.
Non sorprende perciò vedere Vittorio Sereni citato in esergo nella sezione “La forma del tempo”, perché il poeta di Luino è la voce più alta di una ricerca di adesione alla vita che abbia avuto la poesia italiana. E mi tornano alla mente altri versi da quelli posti nell’esergo (che provengono da “Stella variabile”, l’ultima raccolta di Sereni); versi in cui egli descriveva sé stesso  morto «alla guerra e alla pace» ad indicare un’estraneità ai fatti della storia che non lo videro protagonista perché prigioniero, facendo salire questo stato di prigionia oltre le barriere del campo in cui venne rinchiuso. E questa dimensione di prigionia in un tempo al quale non ci si sente di appartenere totalmente è propria anche della poesia della Ruotolo: «Oggi sei un giorno lontano / partito come il treno / oltre la frontiera. / Mi chiederanno se ho aperto / al corriere delle strada / se molle è il pacco dopo la pioggia, / perché ho rattoppato la porta. / Verrà, verrà il tempo che ci implora / col segno amorfo sulla fronte / forse una linea profonda, / come saprò vederla» (p. 16).
Non sorprende nemmeno vedere subito sotto Sereni citato anche Ivano Fossati, perché la musica nelle nuove generazioni sempre più frequentemente si affianca alla voce dei poeti, non per confondersi a essa (come individua il bell’articolo di Mario De Santis pubblicato nell’ultimo numero di “Poesia”; n. 245, gennaio 2010).
Sorprende invece la padronanza del verso e del suo ritmo prima ancora della misura: il respiro ampio, dilatato degli attacchi presto accelerato per condurlo verso la chiusa che non rimane mai sospesa («Vorrei scostarti rondini dagli occhi / in questo giorno di basilica ventosa / averti per un poco, poi mai più. / È come conservare in pancia / tutta la luce a venire / per un chiosco di lucciole nel tempo. / Sempre si nasce un’ora / che fa mattina / e perché non sia mai notte / davanti ai tuoi specchi del volto / che quasi son certa /  – quasi – mi brucerà una vita»; p. 49).
E questa padronanza è condotta con la piena coscienza dei limiti della parola e della lingua, come indica nella prefazione Elio Grasso. La parola non arranca nel verso; non si dispera nel tentativo di raggiungere l’oggetto del testo. Si ferma al limitare del concetto, montalianamente in limine forse (o così mi piace pensare). Ma di Montale non ha l’assenza di luce e quindi i toni cupi. La poesia di Anna Ruotolo è piena di luce; magari una luce di riflesso, quella che rimbalza dal biancore del manto nevoso; o una luce non ancora manifestatasi, come quella dirompente di un possibile «lampo / in mezzo al cielo» scagliato quando si avrà «una mano libera», «quando una stella taglia l’altra / e mai luce più fonda / è il buio che riflette le lanterne» (“C’è un momento”, p. 31).
“Secondi luce” è l’inizio di un discorso poetico che ora fa intravedere solo i primi passi, perché qui terminano quelli mossi durante un apprendistato poetico che ha radici lontane, straordinariamente lontane, e perciò attuali, per una voce così giovane.

Fabio Michieli