Annalisa Bruni, DELLA FELICITÀ DONNESCA E ALTRI RACCONTI

Questa di Annalisa Bruni è una raccolta di sei racconti che hanno un denominatore comune: l’amore per il libro, come oggetto, come mondo parallelo rispetto a quello apparente, come contenitore di sospensioni del tempo, del luogo, dell’azione.Siamo sicuri che, in qualsiasi momento, aprendo le pagine dei Promessi sposi, noi ritroveremo sempre don Abbondio impegnato nella famosa passeggiata del 7 novembre del 1628 e tutti gli altri personaggi con la stessa vivezza di sentimenti e di attese.
Mi sembra che la scrittrice sia persuasa, proprio come me, che non siamo noi a giustificare i libri e a rendere i personaggi inventati dalla fantasia dell’autore come parte del nostro vivere per la semplice, banale idea che sono il prodotto di donne e uomini reali immersi nella concretezza o pronti a evadere e a fuggire dalla prigione delle cose, ma che siamo noi ad essere resi veri e, quindi, complessi dall’esistenza delle parole e della creatività che sempre diviene fantasia intellettuale. Quello che ti conquista, entrando nella “biblioteca” di Annalisa Bruni, è il fatto che ogni racconto è dominato da uno dei sensi: Libro nuovo d’amore è legato al tatto. Ci sono molti segnali. Dice il libro che è il protagonista della storia: “ho sentito dita affusolate stringermi con delicatezza le costole e mani vellutate accarezzarmi la pelle (…) morbide braccia accogliermi”; “mi divertivo a subire gli assalti di Zuane, il garzone”; Memorie di una bibliotecaria furiosa attiene all’udito dal momento che si tratta della celebrazione di una direttrice di biblioteca che dal patrimonio da lei amministrato ha imparato a usare l’ironia e il sarcasmo quasi come strumenti di difesa militare di un territorio, quello dove vive il patrimonio librario, sempre sul punto di subire incursioni barbariche; Professione lettore mette in essere il gusto inteso soprattutto come capacità di avvertire e di soggiacere alle mode, alle correnti, al divertimento letterario, allo sfizio colto, al senso del doppio, al passaggio repentino dalle quinte alla scena del teatrino vanitoso dei salotti borghesi. Non a caso ci si riferisce all’OULIPO, a Perec, al tauto e al lipogramma, quindi alla parola vista come sola giustificazione dell’arte dello scrivere, in maniera particolare in una fase di reinvenzione della letteratura la cui sofferenza è oggi testimoniata proprio dalle imitazioni torrentizie che seguono ogni legittima intuizione. Della felicità donnesca è il racconto del fiuto visto che il manoscritto che giustifica la trascrizione della storia di Orsetta Corniani emerge da un baule di una soffitta dove riposava assieme a “polverose carte di famiglia, tra inventari e registri di conti”; Alfabeto cromatico ovviamente riguarda la vista; Da qui sarei tentato di dire che è dominato dal sesto senso, anche perché è la scatola concettuale di tutti gli altri così ricco com’è di sole potenzialità e di enunciazioni.
La velocità, il ritmo della narrazione, il gusto dell’inventare sul momento, quasi una situazione ne partorisse un’altra, mi hanno ricordato, e potrebbe essere un riflesso fonico, una cosa involontaria (ma un libro quando è partorito non appartiene più al suo autore, diviene di tutti e si arricchisce dei sogni, delle riflessioni, delle emozioni dei lettori e della patina del tempo, quindi…) la fluvialità di Luciano Bianciardi: “aveva ragione Virginia Woolf” scrive la Bruni; “per me ha ragione l’Adelung” ci dice lo scrittore grossetano nell’incipit della Vita agra.
Per non parlare delle pagine colorate e luminose dove si parla di tutte le storie che la scrittrice ha in mente e che non ha mai potuto scrivere perché disturbata o troppo presa dal lavoro di vivere e che sembrano richiamare la sezione in cui, nel romanzo già citato di Bianciardi, si promettono il romanzo impegnato, quello con due morti ammazzati, con gemelli monocoriali e una agnizione.
Insomma questa raccolta ci avverte che la letteratura, come la matematica, è una disciplina che, anche a partire dall’aspetto più semplice, può essere sviluppata in due direzioni opposte: o verso la complessità crescente o verso un’analisi che ci fa scoprire una nascente astrazione.
Non mi soffermo sulla scrittura dell’autrice perché è impeccabile. In questi ultimi mesi, come componente della giuria di un premio letterario dedicato alla vita di Carlo Cassola, ho dovuto leggere circa cento opere narrative. Valga più di ogni altra considerazione dire che Annalisa Bruni mi ha curato dalle ferite aperte da molti scriventi. Voglio solo aggiungere una cosa: sarebbe divertente entrare nel sistema di citazioni e di richiami diretti e indiretti, nella galleria dei nomi e delle allusioni che la scrittrice fa nel corso della sua opera. Sono sicuro che, a parte Borges, Calvino, Eco, troveremmo senza dubbio soltanto l’originalità, la tensione culturale, il punto di vista al femminile di Annalisa Bruni.
Daniele Luti

