Antropologia culturale degli italiani
All’inizio degli anni ’50, ma da anni è stato ripubblicato negli USA, Luigi Barzini scrisse The Italians (Touchstone, Bel Air, 1996, USD 13). Era un tentativo di spiegare agli Alleati l’ideologia nazionale e la storia d’Italia, per comprendere cosa era successo con il fascismo e come, in effetti, il regime del Ventennio non fosse una “parentesi” o una “calata degli Hyksos”, come lo aveva definito Benedetto Croce, ansioso di togliere all’Italia postbellica il marchio di paese infido.
L’ideologia italiana si determina con questa lettura liberale, ma non semplicisticamente assolutoria, del nostro Paese. Una frattura tra centro e periferia, una forte dissimmetria tra città e campagna, una radicale differenza tra Nord e Sud. Dentro queste linee di faglia, che il politologo Stein Rokkan studiò per tutto il sistema dei partiti europeo, si delinea una lunga tradizione pedagogica delle classi dirigenti italiane nei confronti del popolo.
Dalla affermazione cavouriana che ora, “bisogna fare gli italiani” fino alla “religione civile” del mazzinianesimo, per poi arrivare alla gestione modernizzatrice del Centro-Nord da parte di Giolitti con i voti raccolti, con estremo cinismo, dai “mazzieri” del Sud, fino al fascismo che, sulla base di un mix ideologico in cui si fondono tradizionalismo e modernismo futurista, crea una pedagogia di massa con i riti di partito, tutta la classe dirigente italiana, dal 1861 fino a pochi anni fa, ha avuto la percezione che “fare gli italiani” era un obiettivo essenziale.
Ugo La Malfa, dal 1971 al 1975, lotta contro la TV a colori, che nacque sulle note della sonata per archi n. 3 in Do Maggiore di Rossini, perché percepisce che l’estetismo ossessivo degli italiani, la loro capacità di essere immediatamente sedotti dal Dulcamara dei colori e dei suoni, è tale da impedire il processo di europeizzazione e modernizzazione del popolo italiano. Dall’esterno bisognava passare all’interno, secondo la pedagogia gesuitica che il laico La Malfa, uomo di straordinaria cultura storica, conosceva bene.
Cavour, che non arrivò mai oltre Firenze e che pensava ad una Repubblica Cisalpina, non a una Penisola unita in tempi brevi, parlava nelle sue lettere di “terribili caffoni” e arrivò ad affermare, in una missiva a Rattazzi che, se avesse conosciuto meglio l’Italia, non avrebbe mosso un dito per unificarla. Garibaldi è l’uomo della “sinistra del Re”, o della “sinistra militare”, come l’hanno chiamata alcuni storici di estrema sinistra. La Gran Bretagna, che ha bisogno di una profondità strategica in Sicilia e nel Meridione d’Italia, sa che il Regno dei Borboni è una scatola vuota, e utilizza i Mille per accorpare il Sud ad una potenza “amica”. La scommessa riuscirà, grazie proprio alla ingenuità politica di Garibaldi, che accetterà il sostegno della mafia agricola contro i “signori” che vivono lontano dalla Sicilia, e, arrivato a Napoli, si farà gestire la polizia da Liborio Romano, riconosciuto capo della camorra locale. Un po’ come accadrà con gli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia con l’”Operazione Husky” del giugno 1943.
Insomma, le classi dirigenti, e perfino la vecchia DC che raccoglie, erede del giolittismo, i voti più maleodoranti del Meridione, sanno che occorre trasformare la mentalità degli italiani, o con una scolarizzazione di massa, o con la TV pedagogica di Ettore Bernabei (avercela, oggi) oppure con il mito europeo, ovvero con la capacità, da parte delle normative comunitarie, di costringere alla modernizzazione un panorama politico sempre più autoreferenziale e bloccato. Era il progetto di uno straordinario economista cattolico, Beniamino Andreatta.
E oggi? Se c’è un dato evidente, nella comunicazione politica, è che nessuno, attualmente, si pone il problema di “fare gli italiani”. Non se lo pone certo la Lega Nord, che vuole una secessione morbida del Settentrione dal resto della Penisola, per unirsi all’area di coprosperità austro-tedesca e sviluppare le Piccole e Medie Imprese nel sistema dell’Est europeo; non pone la questione il partito di centro-destra, che, proprio per la sua capacità di unire sotto la leadership personale e proprietaria di Silvio Berlusconi tante anime politiche, clientelari e ideologiche non può permettersi il lusso di un progetto culturale che non sia a breve termine e consumistico, non se lo pone più nemmeno il centro-sinistra, che è alla rincorsa del “popolo delle partite IVA” al Nord, laddove riesce a strappare qualche sindaco o presidente di regione o di provincia, e ha ereditato le clientele paracriminali nel Meridione dalla vecchia DC “di sinistra”.
In effetti, proprio per questa mancanza di pedagogia nazionale, il circolo normale delle idee politiche è a rovescio: le classi dirigenti si distendono sui luoghi comuni e sulle abitudini, sempre più barbare, delle masse, invece di imporre con attenzione modelli, stili di vita, valori, culture, obiettivi civili.
L’elettorato è diventato signore e padrone delle politiche, anche dove occorrerebbero sapientissimi tecnici, e la forza del numero, il Regno della Quantità, come lo chiamava René Guenon, è divenuto l’unico argomento dirimente.
Dalla Prevalenza del Cretino, delizioso libro di Fruttero e Lucentini (Mondadori 1986, 13,90 Euro) siamo passati alla Prevalenza del Cafone. Tutti i giorni giornali e TV lo dicono senza saperlo.
[6 novembre 2009]


