Arto Paasilinna, Prigionieri del paradiso

Non è la prima volta che la letteratura affronta il tema del naufragio su un’isola deserta. A partire da Daniel Defoe con il suo Robinson, senza dimenticare l’esperienza drammatica dei ragazzi di Golding ne “Il signore delle mosche”, e la ricerca si potrebbe estendere ancora. La cinematografia ha creato un naufrago indimenticabile nella persona di Tom Hanks di “Cast away”. In questi ultimi anni si sono appropriati del tema serie televisive e reality show. Dunque è con una sensazione più o meno consapevole di dejà vu che si apre il romanzo di Paasilinna, finlandese classe ’42.
E invece il lettore si diverte e va avanti curioso di scoprire questo gruppo numeroso di naufraghi che si trovano a vivere insieme su un’isola del Pacifico, dopo l’ammaraggio del loro aereo. Sono professionisti quasi tutti diretti in India e nel vicino Bangladesh, per missioni ONU di sostegno allo sviluppo. Il gruppo è misto di maschi e femmine, multilingue, anche se prevale il finlandese. Si pone immediato il problema di come placare la fame e la sete, si recupera tutto ciò che è possibile dal relitto dell’aereo pericolosamente vicino alla barriera corallina, ma non sono secondari i problemi organizzativi, che si devono affrontare perché nel gruppo non dilaghi l’anarchia.
C’è bisogno di regole, così si distribuiscono i ruoli, si crea una specie di comune dove il responsabile di ogni gruppo, tipo ministero, si occupa di un settore, il cibo, la legna, la sanità, la sicurezza, la cultura. Sì, perché c’è bisogno anche di una lingua che li unisca tutti e renda più agevole la comunicazione.
La piccola comunità si amalgama e trova soddisfazione nei risultati. Non mancano gli attriti, come in ogni gruppo che si rispetti, per differenza di vedute. Non mancano i pericoli, perché purtroppo si scopre che l’isola è in una zona di guerra. Ma nascono anche intese affettive, c’è bisogno di ricostruire la privacy della vita di coppia, tutti lontani ormai dai rispettivi partner lasciati in Europa, che senza dubbio pensano che i loro familiari siano morti.
Sull’isola deserta, in questo ritorno allo stato di Natura, all’infanzia del mondo, lontani dai danni del progresso, si comincia a stare proprio bene, a trovare anche momenti di svago.
Ma anche i nostri naufraghi devono tornare al mondo civilizzato, a quello che comunemente si definisce tale, ai doveri che li attendono nel loro paese e nelle loro famiglie.
Come mandare messaggi? Con un SOS, naturalmente! La cosa straordinaria è che si costruisce un SOS che si sviluppa per chilometri sulla costa, a lettere giganti fatte di tronchi strappati a fatica alla foresta, un segnale che verrà incendiato per vincere sul buio della notte oceanica ed essere avvistato anche dai satelliti. Un lavoro ciclopico che coinvolge e solidifica il gruppo.
Una nave arriva in soccorso. Ma ora qualcuno non se ne vuole più andare dall’isola, scappa, si rifugia nella foresta, servono misure forti per imbarcare i ribelli. E non finisce qui.
È un romanzo che coinvolge, questo dello scrittore finlandese “ex guardaboschi, ex giornalista, ex poeta”, col suo raccontare che scivola senza sovrastrutture. Con il gusto di narrare e divertirsi al tempo stesso, Paasilinna l’ha data la sua risposta alla domanda così attuale e così importante: -Dove stiamo andando?-
Basterebbe poco per vivere.
Sarebbe meglio tornare alla Natura, ricominciare daccapo, prima che si estingua anche l’ultima briciola di umanità dentro di noi, prima che la cosiddetta civiltà ci divori, e con noi anche la Terra?
Rimane da chiederci se lo vogliamo veramente.
Marisa Cecchetti

