Avatar
Charlie Chaplin sosteneva che l'introduzione del sonoro avrebbe ucciso il cinema. Non è stato così. Anzi, il cinema ha preso nuovo vigore e nuova vita e il grande Charlot si è ben adattato e orientato a quella lontana novità tecnologica. Avatar per il cinema avrà la stessa funzione che ha avuto il sonoro poco meno di un secolo fa: novità pressoché assoluta, porterà nuova vita al cinema, strapperà dalla poltrona di casa gli spettatori che il cinema negli anni ha perso, almeno fino a quando tutti non si potranno permettere un televisore in 3D. In questo senso Avatar farà molto bene al grande schermo se quest'ultimo si adeguerà.
Vedere Avatar è un'esperienza che va fatta. Il 3D ha il grande pregio di espandere il cinema in tutta la sala, l'impressione è di stare dentro il campo con loro (i soliti eroi americani che fanno, disfano e rifanno) e, qualche volta, durante la visione, può capitare di scacciare con la mano una goccia d'acqua che ondeggia per la sala o di scansare la testa perché confondiamo quella di un personaggio che entra in campo da quella del cinespettatore che ci sta davanti. E' l'illusione del cinema all'ennesima potenza alla quale ci dobbiamo abituare. Perché i nostri occhi, nascosti dietro gli occhiali dati in dotazione prima della visione, si stancano e un po' bruciano. C'è da chiedersi se questa nuova tecnologia contaminerà in qualche modo il linguaggio cinematografico e dunque se gli studiosi dovranno affannarsi per trovare una nuova terminologia che sia più idonea al film in 3D. Ma questo lo vedremo con il tempo.
Al di là di questi pregi, però, Avatar, dal punto di vista della sceneggiatura, della trama filmica e dell'impianto narrativo vorrebbe essere tante cose ma non riesce ad essere nessuna di queste. Vorrebbe essere il paese della libertà contro quello degli ostacoli (il protagonista, Jake Sully, costretto a vivere su una sedia a rotelle, grazie al suo Avatar può correre, camminare, cavalcare, diventare un cacciatore e un eroe); vorrebbe essere un monito contro il potere di distruzione dell'uomo a danno della natura (il grande albero all'ombra del quale vivono gli indigeni alieni Na'vi che cade giù inesorabilmente); vorrebbe denunciare la volontà di potenza di un mercato, quello energetico, a caccia del profitto ad ogni costo (sterminare un popolo perché vive su una terra ricca di un minerale prezioso). Ma tutti gli sforzi si vanificano dietro il solito schema hollywoodiano del cattivo che diventa buono e salva il mondo grazie all'amore di una donna/aliena. Lontano mille miglia da un certo cinema fantascientifico più profondo e intelligente, James Cameron è rimasto imbrigliato dalla migliore tradizione del cinema narrativo classico e le novità dal punto di vista tecnologico creano un distacco enorme rispetto ai suoi contenuti. Perciò lo spettatore, uscendo dal cinema, pur essendo soddisfatto per l'esperienza visiva, non è minimamente coinvolto dal punto di vista emozionale. L'occhio, sollecitato dal cinema che ti viene addosso, non riesce a colmare il vuoto narrativo a cui è condannata la sfera emotiva del cinespettatore più attento.
Tuttavia Avatar è anche un motivo di riflessione, in particolare sull'uomo tecnologico. Come ho già accennato a Jake Sully nella sua dimensione umana sono negate molte cose: camminare, correre, condurre una vita normale. Perciò alla fine sceglie di diventare definitivamente, tramite il suo avatar, un alieno. E se il regista carica questa scelta anche dal punto di vista etico perché il popolo Na'vi è buono e l'uomo cattivo, è anche vero che, come è già stato capace di fare Second Life e simili, potrebbe innescarsi la volontà di abbandonare la dimensione umana per approdare ad una dimensione esclusivamente virtuale che permetta di vivere una vita migliore, più rispondente ai nostri desideri. Ma attenzione: ancora una volta si tratta di un'illusione, della “grande illusione” che il cinema ha il dovere e il potere di tenere viva come un lumino sempre acceso dentro ognuno di noi. La vita è un'altra cosa.
[23 gennaio 2010]


