AVEVO UN SOGNO AMERICANO

Intervista a Fernanda Pivano (in memoria - 18 agosto 2009)
di Alessandro Agostinelli

Intro - Molti anni fa, quando la beat generation aveva già ampiamente fatto il suo corso, intervistai Fernanda Pivano come si intervista un qualche dio, di fronte al quale si nutre venerazione e rispetto. In seguito ho scoperto che la letteratura americana aveva fatto altre esperienze creative anche più interessanti, pure se il fenomeno di costume del beat era un dato fortissimo, sociale ed extraletterario.
Ma ciò che al tempo dell’intervista alla Pivano mi interessava era il rapporto della poesia di Allen Ginsberg con la società e il lascito di certi suoi lavori degli anni Cinquanta sul pensiero critico dei decenni successivi.
Fernanda Pivano mi depistò varie volte, tra Roma e Milano, prima di concedersi alle mie domande. Era l’estate del 1992.
 
Potrebbe parlarci della poesia America di Allen Ginsberg?
Quando Ginsberg ha scritto America era molto impegnato in quella che poi è stata chiamata Nuova Sinistra, ma che in quel momento (eravamo nella seconda metà degli anni ’50) era soltanto una forma rivoluzionaria della Vecchia Sinistra americana. La differenza era che la Vecchia Sinistra si poneva, soprattutto, dei problemi di ordine sindacale e invece la Nuova Sinistra si poneva problemi “esistenziali” e quindi portava con sé il tema dei problemi razziali che in quel momento erano molto gravi negli Stati Uniti, e anche l’idea del pacifismo. Quando ha scritto quella poesia Ginsberg era impegnato in questo movimento politico e, contemporaneamente, continuava a subire l’influenza della madre che, invece, era stata un’ebrea comunista militante e lo aveva educato a questa ideologia. Quindi non c’è da sorprendersi se, quando lui ha scritto una poesia sull’America, in quel momento, abbia assunto un forte atteggiamente di critica sociale e politica.
Ginsberg, in un passo della poesia, scrive che in tv si sente sempre parlar male della Russia. Non dimentichiamo che la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta erano anni di fortissima contrapposizione tra le due superpotenze. Con gli occhi del presente, a suo avviso, il sistema capitalistico degli Usa ha veramente trionfato come unico modello di vita democratico e civile?
Io trovo che la parola “trionfato” sia un po’ gradassa. Quello che ho potuto constatare, per tante volte che sono andata negli Usa, che sono dovuta entrare nelle banche americane, è che quello che noi chiamiamo comunismo non poteva e non può mai attecchire negli Stati Uniti, perché gli Usa sono un paese profondamente capitalista, alle radici. Là il denaro è la base di tutto; quello è un paese nato capitalista e resterà così. Infatti, anche quella poca effervescenza comunista dei primi anni Sessanta ha finito per integrarsi e creare la Nuova Sinistra, che abbracciava problemi esistenziali che non erano molto legati a quelli rigorosamente comunisti. Può darsi sia un’analisi errata, ma credo sia stato così. In fondo proprio questa ampiezza di tematiche espresse dalla Nuova Sinistra ha fatto sì che, in quel periodo, molta parte dell’opinione pubblica si sia schierata a favore di quella opposizione critica.
Mi sembra restano però negli Usa forti contraddizioni e non sopiti conflitti sociali, di cui quello razziale è forse il più evidente. Ultimamente i quattro poliziotti bianchi assolti a Los Angeles, dopo aver pestato a sangue un nero, sono stati la molla che ha fatto scattare giornate di rivolta…
Sì, ci sono sempre quete cause occasionali che fanno scattare e scatenare questi episodi di ribellione.
Forse c’è anche una cultura diversa da quella ufficiale, una cultura altra che ha nelle comunità nere d’America il centro propulsore. Forse c’è una ragione profonda e radicata che ha fatto scatenare la rivolta dei neri?
Non credo ci sia più questa cultura alternativa, o almeno non rappresenta più una precisa comunità razziale. C’è stata fortissima negli anni Sessanta e per metà degli anni Settanta, c’è stata quella che noi chiamavamo “l’altra cultura”, che ha avuto un’influenza e un’importanza enorme, e un forte peso sull’opinione pubblica e sulla stampa. Adesso ho l’impressione che i figli dei baby-boomers, come vengono chiamati i seguaci del reaganismo, hanno completamente annientato, cancellato quella forza oppositiva. Quella voce critica dell’America oggi è assolutamente conglobata dagli interessi economici che sono, di nuovo, solo ed esclusivamente quelli dell’economia forte e del capitalismo meno umano. Certo la situazione razziale americana non è un fatto di cui si possa parlare in poco spazio, è una questione molto complessa. Il problema razziale esiste realmente, ma i neri si sono adattati e hanno reagito. Per esempio sono diventati fortissimi sul piano sindacale; e sul piano economico c’è una media borghesia di colore fortissima in America, che ha raggiunto un livello culturale che gli permette di tenere a freno e a distanza le aggressioni, anche istituzionali, dei bianchi reazionari.
C’è un’altra questione che Ginsberg affronta in America Ginsberg affronta, forse più marginalmente, il problema degli indiani d’America. C’è addirittura, nella poesia, la forma onomatopeica UGH.
Sì. In Italia il primo a parlare dell’anniversario della scoperta dell’America come giornata di lutto nazionale è stato Fabrizio De André. È stato molto bravo perché l’ha detto anche prima che questa voce circolasse tra gli intellettuali statunitensi. Fabrizio è sempre stato un grande poeta, e i poeti hanno una specie di sesto senso per queste cose.
Rispetto alle manifestazioni e alle celebrazioni che ci saranno in Italia, rispetto a questo anniversario, che cosa pensa?
Io non sono per l’ufficialità, mai! Qualunque cosa passi per le strettoie dell’ufficialità diventa sempre falsa, fasulla. Ci sono dietro le burocrazie, i finanziamenti, le tangenti… che il diavolo se li porti!
Non ci credo. Ma forse questa è una risposta negativa, meglio non metterla… Alla gente le feste piacciono. Non lo vede che ci credono?!
Forse perché la gente è facilmente influenzabile dagli onnipresenti amss-media, che ormai sono un continuo varietà, un’unica festa quotidiana, sempre a lieto fine…
Ma certo! Questo, d’altra parte, non lo cambierà mai nessuno.
Ciò che avevano fatto i miei amici poeti e scrittori americani era di crearsi un’isola dentro l’isola, la società dentro la società. Si ricorda la capsula zen che avevano fatto? L’unica speranza che c’era stata in quegli anni era di creare una società che agisse senza attaccare con violenza la società dominante. Un attacco portato con i “carri armati” delle coscienze, dell’anima e del pensiero. Ma è tutto finito.
Secondo lei quel grande movimento critico degli anni Sessanta che è partito dalla coscienza di alcuni artisti come Ginsberg…
Noi la chiamavamo consapevolezza.
…e poi si è diffuso tra la gente, esiste ancora? Oggi negli Usa ci sono ancora scrittori e artisti che hanno una così forte consapevolezza?
No, perché con gli anni Settanta c’è stata una specie di biforcazione nella letteratura americana. Da una parte c’era la narrativa apocalittica, i temi della guerra, sociali, faceva critica ed era tutta di sinsitra; dall’altra parte c’è stata un’espressione letteraria, tanto odiata dai nostri critici perché non la conoscevano affatto, detta del minimalismo. I minimalisti, in un primo momento, si occupavano esclusivamente di reagire alla narrativa apocalittica, introducendo nella loro narrativa l’interesse per le piccole cose quotidiane, per i piccoli sentimenti privati. Essi riportavano il privato al centro della letteratura, distraendola, definitivamente, dal pubblico. Quindi per dieci anni abbiamo letto libri di autori che non erano niente di speciale.
Poi ci sono stati i post-minimalisti che hanno ripreso a fare una critica sociale dell’America di Reagan. Però l’hanno fatto in quell’America lì, in un tempo di sfiducia. Non ci credevano più, anche per la passata esperienza della beat generation, per la delusione dei nostri amici che si sono buttati via e non hanno ottenuto niente.
Una volta ricordo che ero con Ginseberg, e un giornalista della Georgia gli ha fatto un’intervista molto malevola, dicendogli: “eh, ma lei signor Ginsberg che cosa sta facendo ora, come si pone, che cosa fa? Bla bla bla”. Lui l’ha sopportato un po’, così come fa laui, con pazienza, proprio da rabbino e poi, a un certo punto, si è alzato in piedi e ha detto: “Sono un uomo che ha avuto un sogno e l’ha visto fallire”, e ha riattaccato il ricevitore.
Così questi ragazzi degli anni Ottanta avevano questa delusione che era venuta dal fallimento di quel grande sogno degli anni Sessanta. Il problema del Vietnam che era molto sentito, nei suoi effetti, dai giovani: era stata una guerra senza senso, giocata tutta su fattori politici, e gli effetti del dopo-Vietnam negli Usa sono stati pesanti.
E poi resisteva ancora la minaccia della bomba atomica e la contrapposizione con la Russia. Questo era lo sfondo sociale nel quale si sono mossi Jay McInerney, Bret Easton Ellis e altri del post-minimalismo. I loro personaggi, e loro stessi, erano sfiduciati, erano gli antieroi passivi, persone che non credevano più a niente.
Lei ha parlato spesso, in questa nostra chiacchierata, di “miei amici”, riferendosi a Ginsberg e ad altri scrittori americani…
Sì, Ginsberg lo prendiamo sempre un po’ come capro espiatorio. Gli amici erano quelli che avevano alcuni pensieri riguardo alla società: il disarmo unilaterale, la fine della guerra e delle barriere, il superamento dei confini, la fine dei problemi razziali… Insomma, quelli che sono stati i temi degli anni Sessanta. Non era soltanto Ginsberg, c’era insieme a lui una piccola frangia minoritaria. Avevano piccoli segni distintivi come jeans e sandali. Poi con il passaggio a un più vasto numeri di persone è nato il movimento degli hippies a cui si è adattato il mercato. E poi, con l’arrivo dell’LSD, sono arrivati i mercanti di droga ed è finito tutto
Lei, nel suo lavoro di curatrice e critico, ha messo non solo la sua competenza in materia di letteratura anglo-americana, ma forse anche la sua sensibilità…
Purtroppo sì.
Si sente, ed è una specie di furor molto vitale, presente nelle sue prefazioni, nei suoi saggi e commenti…
Non so se sia vitale. Questo è il mio modo di essere e non sarei stata capace di fare altrimenti. Non sono un accademico. Sono una che vive così, sui tetti coi gatti…
[intervista estate 1992]
 
 
[20 agosto 2009]