Barack H. Obama

di Marco Giaconi

Barack Hussein Obama ha realizzato, per la prima volta nella storia delle campagne presidenziali statunitensi, un modello multimediale, internettiano che comunica con il suo elettorato potenziale in un modo mirato, che si adatta al frazionamento attuale della società americana.
Un marketing politico postfordista: prima, i candidati (anche in Europa) comunicavano con un ipotetico “centro” dell’elettorato che, se conquistato, assorbiva con lievi modifiche programmatiche quelle ali marginali di votanti che facevano la differenza tra vittoria e sconfitta. La crescita della classe media era il fondamento sociologico e economico di queste procedure politiche. Il criterio era quello della “Curva di Bell” in cui le opzioni elettorali si concentravano sulla media dell’asse destra-sinistra, che i politologi chiamano “asse di Downs”.
Le elezioni moderne, a partire almeno dagli anni ’60 e dalla affermazione della “Great Society” di Lyndon B. Johnson, (alla quale corrispondevano i centro-sinistra keynesiani in Europa) si basano su un ceto medio in costante espansione da seguire e fidelizzare con le stesse tecniche comunicative utilizzate per vendere i prodotti di largo consumo.
Oggi, la classe media non è più, probabilmente, in maggioranza nei paesi occidentali, e non rappresenta nemmeno più il punto di riferimento delle opzioni politiche maggiormente condivise. La polarizzazione sociale e la finanziarizzazione dell’economia hanno costituito, negli anni, un elettorato fluido, fortemente differenziato, con diversi modelli contemporanei di fidelizzazione politica. La fine dello “stato sociale” ha creato nuovi poveri che non credono di esserlo e molte aree protette che si credono ancora reiette, ma in ogni caso gli Stati moderni hanno un impatto decisionale molto inferiore a quello che caratterizzava le finanze pubbliche del keynesismo nazionale e delle politiche redistributive di massa. Oggi la politica dell’identità è inevitabilmente plurale: si pensi alle nuove lobbies dei gay, alle più recenti minoranze razziali, agli interessi coalizzati degli investitori e imprenditori esteri in ogni paese occidentale. Tutti, a vario titolo, effetti politici della globalizzazione economica originatasi immediatamente prima della fine della guerra fredda. Ciò che prima veniva dato dallo Stato, viene contrattato sul piano identitario per poi afferire al mercato globale.
Barack Hussein Obama è un candidato funzionale a questo nuovo assetto della comunicazione politica, e questo spiega il suo appeal presso i mass-media.
Ciò riguarda anche il finanziamento della sua campagna politica. È di questi giorni la notizia che Barack Hussein Obama rifiuta i fondi pubblici per la sua campagna, che sono pari a 84,1 milioni di dollari. In effetti, Obama ora ha acquisito i fondi dei sostenitori di Hillary Clinton, e ha raccolto inoltre circa 60 milioni di USD, di cui 45 solo da contributi privati acquisiti tramite internet.
Tra i contributors  ufficiali, spiccano quelli delle Tribù Indiane, di molti imprenditori dell’hi-tech e della Silicon valley californiana, di cui alcuni sono anche entrati nello staff   del candidato democratico, e di agenti, imprenditori, finanziari legati a Hollywood e allo star system della musica e della comunicazione. Un candidato finanziato dall’economia postmaterialista e dalla finanza innovativa, che magari nella vecchia Europa si chiamerebbe ancora speculativa. Si pensi al ruolo determinante di Georg Soros, vera bête noire  di George W. Bush, nella affermazione e nel funding iniziale per Barack Obama. Tra i sostenitori della campagna dell’ormai unico candidato democratico, spiccano, per la “vecchia” economia, solo alcuni rilevanti imprenditori dell’immobiliare e pochi, ma importanti, dirigenti di banche estere operanti negli USA, come per esempio la svizzera UBS.

Ma cosa vuole Barack Hussein Obama, a parte il suo generico appello al “cambiamento”? In politica estera, la vera pietra di paragone per una potenza globale come gli USA, il candidato democratico vuole andare subito via dall’Iraq (che considera una “diversione” dalla Global war on Terror ) e mediare una pace stabile tra sunniti e sciiti a Baghdad. È facile intuire come le due fazioni storiche dell’Islam siano parti di una lotta intermusulmana globale, che riesploderebbe un minuto dopo l’uscita delle forze USA e alleate dal quadrante iracheno. Se pure vi è un forte elemento identitario iracheno nelle attuali classi dirigenti di quel Paese, certo è che l’Iran non starà a guardare e che l’Arabia Saudita e il suo Consiglio degli Stati del Golfo non risparmieranno alcuna mossa per contrastare, in Iraq e nel broader Middle East, in cui Obama vuoe approfondire il ruolo della presenza USA, la geopolitica iraniana che mira a securizzare il greater Golfo Persico, dall’Anatolia orientale fino all’Asia Centrale, per la sua autonoma proiezione di potenza. Oltre a questo modello mediatorio e multipolare degli USA in Medio Oriente, Barack vuole trattare direttamente con l’Iran la questione del nucleare, e costruire un rapporto diretto con la Russia e un’area di accordi tra USA e Cina, inserita in una alleanza “plurale” con Giappone e Corea del Sud. Un programma accettabile per quel che riguarda la nuova ridefinizione del rapporto USA-Federazione Russa, piuttosto irrealistico nell’”immergere” la Cina in un quadro multipolare in Asia, che la Cina gestirà per i suoi fini scaricando le tensioni tra Giappone e Pechino su Washington, per non parlare di Taiwan.
A questo sistema delle relazioni internazionali obamiane, che intende rafforzare l’asse con la NATO-UE (e la Russia sarà contenta?) si aggiunge la promessa di un forte impulso ai finanziamenti per la democratizzazione dell’Universo, e al generico soft power in contrasto, secondo la recente formula di Joseph Nye, all’hard power  militare e della costrizione sanzionista nell’economia. Ma noi, “carnefici europei” (è la formula di Walt Whitman in Foglie d’Erba) sappiamo che, nella formulazione machiavelliana, i profeti armati sempre vinsero, mentre quelli disarmati “ruinorno”. Ed erano anche dei bravi predicatori, i disarmati, come un frate romagnolo di San Marco.
In economia Barack Hussein Obama vuole ridurre la Tassa sui Redditi per le “workin families” e tenderà a proteggere il mercato americano dagli investitori esteri che non creino “lavoro americano” e che comunque siano caratterizzati da pratiche commerciali estranee agli Usi di Piazza statunitensi. In altri termini: finanziare qualche riduzione fiscale per i più poveri (il segmento non del tutto marginale che Obama vuole “catturare” alle elezioni) con una quota di protezionismo accettabile entro il classico Washington Consensus globalizzatore del 1989. Vi è un ulteriore stimolo, nelle politiche del candidato democratico, alla prassi sindacale delle bigger Unions, che potranno acquisire, come è accaduto purtroppo in Italia, la rappresentanza spuria di gruppi di pressioni improduttivi o comunque a reddito fisso. Tagli fiscali anche al “ceto medio” oltre a quelli, da ridurre, al big business, che il candore neoliberista dei teorici della “curva di Laffer” (meno tasso i ricchi, più loro investono, quindi più redditi e allora più entrate per lo Stato) aveva favorito generando non nuove distribuzioni del maggiore PIL, ma forti onde speculative. Come si è visto e si continuerà a vedere.
Per il fisco, Barack Hussein Obama chiede, un po’ genericamente, una maggiore “accountability” per la spesa pubblica, oltre che alla protezione delle “workin’ families” già accennata, e una migliore “giustizia fiscale”. Un po’ poco. Si immagina quindi, insieme alla crescita dei costi per le FF.AA. (Federal Armies) USA “tradizionali”, messe da parte dal Pentagono ipertecnologico di Gorge W. Bush, che voleva le nozze della Guerra globale al terrorismo con i fichi secchi dei corpi di spedizione ridotti all’osso, da mantenere poi nelle zone di operazione ben oltre il previsto, e con mutazioni continue dei piani strategici, alla spesa per la democratizzazione del Globo terracqueo e alla diffusione del soft power che molto ricorda i Peace Corps kennediani (che però erano gestiti dalla CIA, mica dai boy scouts) e alla necessaria restrizione della internazionalizzazione dell’econnomia americana, che il programma di Barack Obama, se realizzato, avrà costi fiscali difficilmente prevedibili, ma certamente maggiori di quelli che lo stesso Barack Obama desidererebe gestire, se eletto.
Una contraddizione logica e storica tra nuovi investimenti per l’upgrade  delle tecnologie produttive e della Pubblica Amministrazione, riduzioni fiscali per le famiglie (che sono l’unico Welfare State  che la globalizzazione finanziaria accetta, oggi) nuove spese per la difesa e per la “proiezione di potenza” (che riguarda anche l’energia e le materie prime, e tra poco i prodotti agricoli) e la difficoltà di “vendere” alla finanza internazionale i propri debiti pubblici imprevisti.
È un sistema di tensioni contraddittorie che riguarda anche noi, non solo gli elettori USA.
La prossima volta, rivedremo le bucce a John McCain.
 
[23 giugno 2008]