Battisti: lezione estera

di Marco Giaconi

Le relazioni internazionali, come il pugilato, sono una “nobile arte” che contempla anche la regolazione della violenza, il “cosiddetto male” come la definiva Konrad Lorenz. Quindi vecchi merletti ma anche, e talvolta soprattutto, arsenico. I colpi ai fianchi sono la regola, l’eccezione è il diretto al volto. I tribunali internazionali, all’Aia o in altri luoghi per polli, sono lì per contare fino a dieci, non per combattere al tuo posto. Tutto questo per capire un po’ meglio cosa è successo dopo il rifiuto dell’estradizione in Italia, da parte della Corte di Brasilia, all’assassino con sentenza passata in giudicato Cesare Battisti.
Il Brasile di Lula aveva dato asilo anche al dittatore paraguaiano Stroessner, morto comodamente nel 2006, che con i “proletari armati per il comunismo” di Battisti avrebbe saputo subito cosa fare. Se si crede che la politica estera sia semplicemente mestiere da piazzisti del Made in Italy, o da venditori porta a porta, è così che va a finire. Certo, l’economia è essenziale nelle relazioni tra gli Stati, ma è ancor più importante il rispetto, il prestigio, lo charme che un determinato Paese emana, il suo rilievo culturale, infine, e non è cosa da poco,  la credibilità della sua minaccia militare. Senza questa panoplia di elementi, si viene presi sul serio solo come piazzisti, e le visite ufficiali divengono fastidiose come quelle dei Testimoni di Geova, la domenica mattina.
Qualche esempio non guasta: nel 1977, Andreotti trattò un prestito all’Italia con la Banca di Emissione tedesca, dato che la situazione dei conti pubblici era fuori controllo, come al solito. Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico che aveva già proposto al Comitato Politico Ristretto della NATO l’uscita di fatto del nostro Paese dall’Alleanza, accettò di firmare il contratto, ma tra le clausole segrete c’era anche la liberazione di Herbert Kappler, il criminale nazista responsabile delle Fosse Ardeatine e capo del SD, il Sichereitsdienst, il Servizio interno delle SS a Roma. Non a caso, tra le vittime delle Fosse, c’era anche Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il responsabile del controspionaggio del “Regno del Sud” a Roma, che stava trattando con il CLN. Qualcuno, nel 1977,  disse alla guardia del Celio di distrarsi, Kappler e sua moglie fuggirono, seguiti peraltro da una automobile che controllava gli avvenimenti. Siccome l’Italia è il regno della disinformazione, si è parlato anche recentemente di “fuga di Stato”, ma qui la responsabilità non è di qualche ufficiale poco “democratico”, perché  gli ordini venivano da chi, in quel momento, stava per preparare il governo della “non sfiducia” con i comunisti. Come mai l’antifascista Schmidt voleva Kappler? Semplice: un cittadino tedesco deve essere giudicato da un tribunale tedesco, non da altri. Si chiama “dignità nazionale”, e vale oltre e al di sopra delle parti politiche.
Durante le “notti dei fuochi” in Alto Adige, con Georg Klotz, il “martellatore della Val Passiria” in azione, De Gaulle mandò i Servizi francesi a sostenere gli sforzi dei rivoltosi tirolesi. Perché? Semplice: De Gaulle non aveva digerito l’annessione per referendum della Val d’Aosta, che era costata un occhio agli agenti di Parigi stazionati in Costa Azzurra,  e cercava il “casus belli” in Tirolo per portare l’Italia davanti all’ONU e quindi  creare le condizioni per l’annullamento dell’annessione della Vallée all’Italia. Ci fossero stati rivoltosi filotedeschi in Alsazia, Mon Général non avrebbe esitato un attimo a mandare qualche Brigata della Legione Straniera per “sistemare” gli affari. Naturalmente, con molta democrazia. Per non parlare della “dottrina Mitterand” che permise, in anni difficili, alla Francia di ospitare e non espellere brigatisti rossi di varia natura e funzione. Il “florentin” come lo chiamavano per il sua machiavellismo Mitterand, voleva non proteggere i “compagni”, ma utilizzare la defamation contro l’Italia per i suoi fini. Certo, sarebbe stato meglio far capire, all’inquilino dell’Eliseo di allora, che, magari, qualche disastro in alcune basi aeree in Corsica, magari a Solenzara, la base n.126, poteva pure accadere. Si sa com’è, il caldo, il salmastro… e anche qui il messaggio sarebbe stato perfettamente compreso.
I rapporti tra le nazioni, che la solfa globalizzatrice non ha affatto eliminato, sono sempre con un bilancio in pareggio: se certe entrate non si vedono, mal di poco, ma questa è la regola universale. Ogni formalismo giuridico ha quindi un contrappasso operativo, ogni azione militare “coperta” deve poi essere ben gestita in tutte le Aie del mondo. È questa la sostanza della politica estera, un campo aperto dove, se si è troppo o stupidamente cattivi o se non si sa mascherare la propria stronzaggine, arrivano perfino le Aie, e qui davvero sono dolori. Così fu persa la campagna nel Vietnam degli USA, nata da una sconsiderata decisione di John F. Kennedy di “ampliare” il parco dei consiglieri militari in Vietnam del Sud, con la peraltro corretta visione che in Asia si giocava la vera partita per la vittoria nella guerra fredda, e poi trasformata in un Vietnam, appunto, di errori strategici e disastri informativi.
Furono gli USA a costringere il Generale De Gaulle, nel 1945, a cessare l’occupazione da parte delle sue forze di France Libre della provincia di Cuneo. Se non ve ne andate, darete un argomento che farà vincere le elezioni a Togliatti, dissero con qualche nervosismo quelli di Washington, e comunque noi negli States non tolleriamo una Francia troppo grande, dopo aver digerito il rospo della partecipazione di Parigi, come se la Repubblica di Vichy non ci fosse stata, al concerto del vincitori della II Guerra Mondiale. Non si trattava di “amicizia per l’Italia”: era un calcolo politico, peraltro esatto, che i decisori di Washington eseguirono con la solita efficienza. Israele non ha aspettato le Aie per dar inizio all’operazione che portò dall’Argentina a Gerusalemme il nazista Eichmann, nel 1960, che fu poi condannato a morte. Né Tel Aviv ha chiesto il permesso ad alcuno, men che meno alle aree per polli,  per dare inizio alla operazione “collera di Dio” che eliminò gran parte dei responsabili della strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. La Cina non ha allertato nessuna corte internazionale per dare inizio all’hackeraggio dei siti della sicurezza USA, nel  maggio 2010. Fra l’altro, è proprio Pechino che ha costituito, nei suoi Servizi, una “divisione di guerra giuridica” per sfruttare al massimo le occasioni e le ambiguità fornite dai trattati internazionali. Viene ancora in mente la questione del sottomarino nucleare russo K-141 Kursk, “sistemato” da una operazione NATO, partita da una esercitazione nel Mare del Nord, per far capire ai russi post-sovietici che era meglio che non utilizzassero più i siluri classe Skval, velocissimi quasi come missili aria-aria, che avrebbero donato ai post-sovietici la superiorità navale che certamente non interessava né all’ Europa né tantomeno agli USA. La questione fu chiusa con una riunione che sancì, tra l’altro, il primo viaggio di un direttore della CIA (allora era George Tenet) a Mosca. Tenet, figlio di una famiglia di origine greca proveniente dall’Albania meridionale, e ora professore di “Practice of Diplomacy” (appunto) alla Georgetown University, si sarà divertito moltissimo a mangiare il borscht offertogli da un incazzatissimo Putin.
L’Aia non fu informata. Ci vuole ben altro che il famoso “lettone” da mostrare alle interessate amichette, per fare politica estera. Certamente, vale per l’Italia oggi la formula elaborata dall’attuale ministro degli Esteri turco, Davutoglu, per definire il “potere nazionale”: P= (FC+FV) x (MS x PS x VP) dove P sta per Potenza, FC e FV i fattori costanti (come storia, demografia, geografia, identità culturale) che devono essere moltiplicati per la mentalità MS, la Pianificazione Strategica PS e per la volontà politica VP. Tutto quello che è oggettivo, storia, demografia, cultura e demografia, può essere solamente intaccato dai vari governi, ma il resto è il frutto della VP, la volontà politica, che non si conclude con la stretta di mano, magari con lo sputo sul palmo come facevano i mediatori di bestiame romagnoli, per la vendita di una partita di maiali.
Cosa si dovrebbe fare quindi?
Se l’Italia fosse un paese serio accadrebbe che Cesare Battisti si trovasse in un aereo senza sigle, diretto (ma lo saprà dopo) in Italia. Se questo non accadesse, Cesare Battisti, sempre rifornito dei suoi farmaci antidepressivi, dei quali non può fare a meno, si ritroverebbe, dopo due segnalazioni da parte dei soliti ragazzacci che sono una delle attrattive di Rio De Janeiro, pestato sulla porta di casa. Insomma, il messaggio alle autorità del Carnevale di Rio arriverebbe forte e chiaro. Il diritto non c’entra: solite escandescenze di ragazzi mal cresciuti. Se i segnali non fossero ben compresi, ed è accaduto anche ai vecchi ufficiali del KGB che dirigevano la “Russia Democratica”, allora la tensione aumenterebbe. Un Paese serio è come un hidalgo, non si lascia infinocchiare. Ma, e la questione è più radicale, siamo ancora un Paese serio, ovvero capace di politica estera?

[13 giugno 2011]