Benjamin Cremieux, IL PRIMO DELLA CLASSE

Aragno, Torino 2008
narrativa
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Giovanni Pacchiano è il traduttore e il curatore di questo unico, bellissimo romanzo di Benjamin Cremieux, noto come critico letterario non solo per i suoi studi su Proust e sui sistemi della letteratura francese, ma anche per l’attenzione profonda dedicata alla produzione di Italo Svevo e di Pirandello.Era nato a Narbonne nel 1888 ed è morto a Buchenwald nel 1944, in quanto ebreo e partigiano.Il protagonista di questo romanzo è il tredicenne Jean Rigaud, figlio di un cappellaio e  cittadino di un luogo immaginario della Linguadoca, Auzargues, ma che ha tutte le caratteristiche per essere Narbonne.
 
È un giovinetto isolato rispetto alla famiglia, che vive con disagio esistenziale perché fatta di gente ordinaria e subalterna. Lui è un leader rispetto ai compagni di classe molti dei quali giudica superficiali e passivi, irrimediabili piccolo borghesi destinati a perpetuare la mediocrità dei padri. Il suo sogno è distinguersi, compiere un gesto eroico, darsi grandi mete per sconfiggere la malinconia della quotidianità e il male di vivere, il tedio che mina la sua creatività interiore.
Il tempo della storia è il 1912 e il giovane romantico e eversivo Jean avverte, non solo con la ragione ma anche con il puro istinto, la morte collettiva e la fine di un mondo e di un’intera epoca. Esprime, dunque, una sensibilità che lo avvicina agli intellettuali latini del quarto, quinto secolo dopo Cristo immersi come sono nel trionfo della morte di una realtà per secoli considerata eterna. Non vuole sopravvivere alla pura prigionia del tempo. Per questo vive rifiutando il presente del presente , lavora per il presente del futuro (la meta) esprimendo un forte senso del presente del passato (la MEMORIA).
Il movimento che Cremieux ha impresso al romanzo è in fondo un modo per rendere ancora più definita, più caratterizzata l’agitazione febbrile del protagonista, diviso com’è tra il suo IO imperativo e il suo Dio, tra il naufragio e la vittoria da ottenere con un gesto assoluto, icario potremmo dire in senso dannunziano: altius egit iter.
Nel cuore del romanzo (ricchissimo di pittura e di fotografia, visto che il paesaggio della Occitania si affaccia in maniera trionfale)  l’evento, la svolta: Jean conoscerà il Maestro che gli fornirà il fanatismo, l’integralismo, l’eroico furore destinati a consacrare il sogno e la speranza. Il finale è ovviamente a sorpresa visto che l’opera si chiude in piena sospensione del tragico.

Daniele Luti