Bond, Tremonti Bond

di Marco Giaconi

I Tremonti Bond  sono titoli emessi direttamente dal Ministero dell’Economia e sono finalizzati a rafforzare il capitale di vigilanza delle banche. È il “Core Tier I”, definito dagli accordi di Basilea, dove opera la Banca dei Regolamenti Internazionali, la “banca delle banche centrali”, che ha impostati gli accordi di Basilea II con il G10 nel 2004. Furono accordi piuttosto tormentati: gli europei avevano proposto di imporre le loro regole alle operazioni estere delle banche USA, e gli accordi di Basilea II evitarono le ritorsioni delle banche centrali UE nei confronti delle operazioni su titoli a termine delle finanziarie statunitensi.
I Tremonti Bond sono titoli sottoscritti direttamente dal Ministero dell’Economia e sono subordinati, dato che in caso di insolvenza delle banche sono rimborsati, come se fossero delle azioni ordinarie, solo dopo che sono stati saldati gli altri debiti non subordinati dell’emittente bancario.
Hanno la caratteristica di essere una via di mezzo tra obbligazioni e azioni. Le obbligazioni sono titoli emessi da enti privati o pubblici che danno diritto al rimborso del capitale più l’interesse. Il rimborso del capitale avviene alla scadenza del bond, mentre di solito gli interessi sono liquidati periodicamente. Le azioni, invece, sono quote vendibili dello stato patrimoniale netto. Inoltre i Tremonti Bond sono perpetui, perché non hanno scadenza nominale e possono, malgrado questo, essere rimborsati in banca in ogni momento.
Il nuovo “bond” del Ministro, che è operativo dal 20 febbraio scorso, può essere sottoscritto sia dai privati che dal Tesoro, qualora i privati ne acquistino almeno il 30% dell’emissione totale. Dato che l’impegno dello Stato si riduce in funzione della partecipazione dei privati, la banca ottiene un ulteriore sconto, l’onere degli interessi diviene pari a quello dei BTP a trenta anni, maggiorato di 200 centesimi punto percentuale, diversamente dai 300 come prevedeva il vecchio Tremonti Bond. L’interesse, al 15%, si può pagare con un coupon a tempo, con una remunerazione agganciata ai dividendi, con un tasso di interesse legato ai BTP a trenta anni. Per sottoscrivere i Tremonti Bond, le banche devono sottoscrivere un “protocollo di intenti” con il Ministero, che impegna gli istituti di credito a garantire la piena disponibilità di credito in rapporto alle piccole e medie imprese, con risorse “non in decremento” rispetto al credito precedentemente concesso nel 2007-2008.
Sospendere per almeno 12 mesi il pagamento della rata di mutuo per i lavoratori in cassa integrazione guadagni o per coloro che usufruiscano di un sussidio di disoccupazione, sostenere le imprese per reperire le risorse necessarie al pagamento della cassa integrazione ai loro dipendenti, la sottoscrizione di un codice etico che restringa le remunerazioni ai vertici bancari e ai trader indipendenti. Tutte ottime idee, ma è come predicare la castità in un bordello.
Spetta al Ministero la scelta finale della sottoscrizione e sul totale della cifra da sottoscrivere, fatta salva la tutela del mercato dei Titoli di Stato. In USA, Barack Obama ha destinato 250 miliardi di USD + i 700 già stanziati a salvataggio degli istituti di credito, per sostenere i corsi azionari e la solvibilità delle banche più rigonfie di asset “tossici”. Quindi nazionalizzazioni parziali o totali di istituti di credito, creazione di bad banks in cui confinare tutti i titoli tossici appena vengono percepiti come tali dal mercato, sostegno alle banche per evitare l’effetto a catena delle insolvibilità bancarie.
Ma i Tremonti Bonds sono interni ad una logica diversa da quella del Presidente USA: per il Ministro dell’Economia non si tratta di salvare solo le banche, la questione vera del Ministro italiano è di sostenere il credito, soprattutto alle PMI, Piccole e Medie Imprese, controllare gli istituti di credito che, peraltro, hanno una rilevanza costituzionale (art. 47 della Costituzione, “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”) e evitare che le banche italiane operino in condizioni di “buio” totale rispetto sia all’Esecutivo che al Parlamento. Le maggiori banche italiane sono rigonfie di soldi, ed è per questo che non hanno sottoscritto i Tremonti Bonds. Hanno, così dicono loro, molti clienti cattivi ai quali non danno soldi e invece rincorrono per strada i pochi clienti “buoni”; hanno una scarsa presenza di assets tossici dall’estero nel loro capitale, e soprattutto operano scambi “virtuosi” tra clienti di riferimento e credito. Ovvero, salvano i loro clienti primari che sono presenti nel capitale della banca o in quello di altre banche dell’oligopolio del credito italiano, mandano al macero i clienti che non sono capaci di ricatto finanziario sulle azioni delle banche che gli prestano i soldi. Per quel che riguarda gli assets, sarebbe bene stare più attenti, visto che l’Est europeo, dove le nostre banche hanno fatto operazioni spesso rischiose, è pieno di assets pestilenziali e le aziende di credito austriache, e si tratta di un paese UE, sono esposte con titoli tossici dell’Est Europa per il 70% del PIL dell’Austria, 300 miliardi di Euro.
Le banche italiane non hanno finora aderito alla operazione Tremonti Bond per la ragione, ottima per loro, che si pagano il costo dei servizi con le operazioni di sportello a carico dei clienti, hanno una richiesta di credito più bassa, data la crisi economica, e sono inondate di liquidità che arriva dai mercati internazionali riempiti di denaro dalle operazioni pubbliche di salvataggio degli assets critici, nei quali, sospettiamo, molte banche hanno inserito crediti del tutto esigibili, anche se in leggero ritardo rispetto alla scadenza.
Certo, il Tremonti Bond presuppone una cedola annuale del 7,5-8,5% mentre il debito subordinato classico delle nostre banche, oggi, concede un interesse del 5%.
Allora, assisteremo alle banche che compreranno, quando gli occorre, i Tremonti Bond arrivando a un interesse dell’8,5% annuo comprando BTP o altri titoli a scadenza al 4%. Il che farebbe guadagnare il Tesoro e le banche, come al solito.
Allora, forse sarebbe stato necessario, all’inizio della crisi finanziaria globale, dare subito i soldi ad enti “terzi”, e non alle banche, salvo evidenti dimostrazioni di insolvenza, e creare magari una linea di nuove banche dedicate alle imprese e all’economia reale, e sostenere, previa dimostrazione, e senza ricatti finanziari, solo gli assets tossici riconosciuti e verificati. E dedicare al salvataggio delle banche anche una quota, assunta per tassazione sui titoli, di liquidità che le stesse banche stavano giocando sui mercati.
Inoltre, sarebbe stato necessario bloccare, fin dalla crisi della Lehman Brothers (che nasce da un rifiuto della JP Morgan di ritornare un credito ad essa concesso dalla stessa Lehman) tutte le vendite allo scoperto, e immediatamente obbligare alla nominatività tutte le transazioni superiori ad una entità di, facciamo una ipotesi operativa, 1 milione di Euro. Insomma, evitare la sovrapposizione tra riciclaggio e finanza “creativa”, evitare l’allungamento innominato dei limiti temporali del credito, ridurre la quantità e l’estensione dei titoli finanziari a termine. Speriamo di farcela.
 
[12 ottobre 2009]