Brucia Viareggio

di Alessandro Agostinelli

Chi ha fischiato e chi ha applaudito Berlusconi di fronte a una città sventrata sono lo stesso popolo, le stesse persone che vogliono le stesse cose. I primi desiderano una persona seria e responsabile come presidente del consiglio; i secondi apprezzano che la carica del presidente del consiglio sia venuta a portare solidarietà. Rendere Berlusconi protagonista di un penoso incidente conferma l’abisso verso cui sta puntando questo Paese. Vi prego di non giudicare adesso chi fischia o chi applaude. Non è giusto.
Penso che la gente di Viareggio cerchi le stesse cose. Coloro che hanno urlato buffone e coloro che scattavano le foto al premier, tutta questa gente, unita nello spaesamento e nella commozione, desidera le stesse cose: serietà nelle indagini, sobrietà delle istituzioni, sicurezza.
L’intervento immediato della protezione civile versiliese e toscana, insieme alla tempestività del personale della stazione ferroviaria, hanno permesso che la strage non diventasse una tragedia di dimensioni giganti. E questo si spera sia già un buon punto di partenza per lo svolgimento successivo delle indagini.
La sobrietà delle istituzioni, invece, è merce rara nella “terza età” berlusconiana. Non tanto perché il presidente del consiglio va sul luogo del disastro, portandosi dietro inevitabilmente un circo mediatico, mentre sono ancora in corso i lavori per la messa in sicurezza dell’area, ma per come da Napoli ha commentato l’accaduto: “Vado a Viareggio a prendere in mano la situazione”. Questa frase ha un significato irritante. Sminuisce il capitale sociale e umano nazionale che è fatto dei tanti individui e non di un solo salvatore; attribuisce a chi l’ha detta una megalomania eversiva.
Pensare che ci sia un popolo piegato dalle sciagure e appagato dalle rassicuranti dichiarazioni del premier, mentre il mondo patisce una delle sue crisi peggiori, è segno di una miopia tanto forte che pare dimostrare come il male oscuro del conformismo, purtroppo, alberghi nelle menti collettive di gente non più avvezza al libero arbitrio. Uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson, diceva: “Dissentire è la prima forma di patriottismo”. Come possiamo, tutti noi, da chi arringa gli ascoltatori alla radio a chi chiacchiera nei bar, da chi pontifica in tv a chi gestisce un’azienda, aver dimenticato le basi elementari della democrazia? Possiamo, per una volta uscire dallo schema del berlusconismo e del suo antigene?
E poi c’è il tema della sicurezza, che non è quello rastrellato dagli slogan populisti delle ronde padane, ma una questione da rimettere sul tavolo delle discussioni culturali, prima che politiche.
Che cos’è la sicurezza nell’esemplare momento tragico della piccola città di Viareggio, dove la maggioranza dei morti pare appartenere al mondo degli immigrati e degli extracomunitari?
E quanta simbologia c’è in un quartiere sudicio e popolare, costruito in barba alle regole di edificazione, in bocca ai binari della stazione ferroviaria. Un quartiere che si chiama Italia e che ospita per lo più extracomunitari.
È questa la grande notizia di Viareggio, insieme alla tragedia del gas GPL, che in una notte di questa estate italiana ha distrutto una vetusta linea ferroviaria della nostra amata penisola.
 
[1 luglio 2009]