Bruno Casini, BANANA MOON

Bruno Casini è il più bravo mitografo di Firenze. Dai suoi libri, che sono sempre storie vere raccontate col piglio di un cronista del new journalism americano, si riflettono con passione almeno due decenni di storia culturale, musicale, artistica, cinematografica, teatrale fiorentina. Insomma, come racconta bene gli anni ’70 e gli anni ’80 Bruno Casini non lo fa nessun altro.
Questa sua ultima fatica, intitolata Banana Moon – c’èra una volta un freak-rock club a firenze, sul finire degli anni settanta, è un volume che sciorina la storia di questo locale che in soli tre anni (1977, 1978, 1979) ha raccolto tra le sue pareti il meglio (e forse anche il peggio) della scena sperimentale italiana: Franco Battiato, Alfredo Cohen, Ivan Cattaneo, Alberto Camerini, Claudio Rocchi, Riccardo Pangallo, Francesco Messina, Skiantos, Neon, Raf, Ghigo Renzulli, Magazzini Criminali, e molti altri.
Questo libro mi pare ispirato a Week-end postmoderno di Piervittorio Tondelli, ed è per questo che lo leggo come una specie di enciclopedia freak degli anni Settanta, perché non parla soltanto del Banana Moon e di Firenze, ma con la scusa di raccontare quella storia, in realtà offre uno spaccato vivo e non nostalgico di quegli anni italiani. L’ispirazione di fondo dell’autore nasce dalla voglia di reclamare uno spazio di memoria di quel tempo, da sottrarre alla vulgata politica e giornalistica imperante ultimamente nella nostra penisola, cioè la retorica degli anni di piombo, la descrizione quasi esclusiva che si cerca di fornire di quel periodo come l’epoca del terrorismo. Inoltre Casini tenta di inquadrare le nuove realtà creative di quegli anni all’interno di un territorio per far capire – come in effetti è stato – che Firenze e la Toscana hanno avuto per la cultura giovanile di quel periodo un ruolo assolutamente centrale nel nostro Paese.
Quindi un doppio pregio per questo libro, ma anche la capacità di far risaltare come lo slogan “il personale è politico” fosse l’universo di riferimento solo inteso come contesto dentro al quale le spinte culturali, emotive, artistiche erano le concrete protagoniste della vita di tanta gente, non solo studenti o perdigiorno, ma artigiani, commercianti, professionisti, operai, e altro. Era certo un altro mondo, rispetto a oggi, più attento e critico, più coraggioso e incosciente. Un locale come il Banana Moon era ancora il luogo dove si costruivano le relazioni sociali, le amicizie più feroci, gli amori più dissoluti. Non c’erano internet, le chat, i newsgroup. L’individuo aveva ancora la possibilità di dimostrare la propria intelligenza e i propri limiti, umani e artistici, dentro a un sistema fatto di sangue e lacrime vere. Poi sarebbero arrivate le cuiffiette, l’i-pod, il mouse. Ma questa è un’altra fase dell’evoluzione antropologica. E non è detto sia migliore…
Alessandro Agostinelli


