Caravaggio

La mostra alle Scuderie del Quirinale
di Alessandro Agostinelli

Caravaggio non ha avuto una vita fortunata, e come alcuni altri grandi artisti (Mozart ad esempio) ha passato l’ultima parte della sua breve vita rincorrendo i soldi o fuggendo i problemi.
In realtà c’è una vulgata romantica che vuole il pittore lombardo Michelangelo Merisi nascere già sconfitto, cioè da umili origini e tentare di sopravvivere da subito in una realtà dura e poco raccomandabile. Ma non è così. E mentre serve capire l’artista anche attraverso i reali eventi della sua vita, è altrettanto decisiva la mostra di Roma, alle Scuderie del Quirinale che presenta soltanto le opere certe attribuite al maestro che a cavallo di Cinquecento e Seicento ha portato la realtà della vita nelle opere alte dell’arte del tempo, a tema religioso o civile che fossero. È una mostra ideata da Claudio Strinati e curata da Rossella Vodret e Francesco Buranelli, che durerà fino al 13 giugno e che gode di un allestimento rigoroso e di forte impatto visivo. L’intrigo filologico della mostra riguarda il fatto che sono esposte soltanto le ventiquattro opere storicamente accreditate come autografi del Caravaggio, quindi un percorso dove ogni capolavoro del maestro è posto in grande evidenza e che già da soli, uno per uno, parlano all’amatore istruito e al visitatore distratto nella loro forza icastica. Insieme a questa scelta storico-critica importante e ragguardevole è interessante la semplicità del posizionamento dei quadri, con la tripartizione nei colori verde, rosso e grigio che fanno da sfondo alle opere, indicando rispettivamente i tre periodi dell’artista: opere giovanili, mature, del periodo finale.
La mostra comincia con la “natura morta” forse più famosa della storia dell’arte moderna, la Canestra di frutta, databile alla fine del 1500, seguita immediatamente dal Ragazzo con canestra di frutta del 1593-1594 circa. Sono due opere assiomatiche in parte per tema, sicuramente per tratto e definizione pittorica del contenuto, e anche per periodo di elaborazione.
E poi va avanti con una teoria di personaggi mitici e religiosi impersonati e raffigurati da modelli che escono direttamente dalle tavolate serali delle osterie, cioè quel “santuario dell’arte semplice” di cui parlava Roberto Longhi. Una serie di modelli che Caravaggio, soprattutto nel periodo romano e napoletano, utilizzava per dipingere le sue opere, nate nella sua formazione giovanile coltivata assieme ad alcuni pittori lombardi come il Lotto e il Savoldo che avevano “un’umanità più accostante, una religiosità più umile, un colorito più vero e attento, con ombre più descritte e curiose fin degli effetti di notte o di lume artificiale […] per meglio capire la natura degli uomini e delle cose”.
Caravaggio, però, diventa quel pittore che tutti conoscono (dopo un po’ di gavetta romana) quando entra in casa del cardinal Del Monte che gli dà la possibilità di lavorare piuttosto serenamente e lo mette in contatto con alcuni ambienti romani più interessanti del periodo. E così si avvicendano I bari, con quei personaggi drammatizzati e fissati in una luce interna tutta nuova, giocata attraverso l’uso dello specchio per rendere le sfumature più velate dell’ambiente interno. Oppure le due versioni della Cena in Emmaus, sia quella conservata alla National Gallery sia quella della Pinacoteca di Brera. E poi due capolavori come la Deposizione, datata tra il 1600 e il 1604, e l’Annunciazione, dipinta tra il 1608 e il 1610 e restaurata per l’occasione dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro.
Il tempo in cui opera Caravaggio è un periodo di passaggio, e che alcuni pittori della sua epoca interpretavano con osservanza bigotta ai principi manieristici che anche il papato di Sisto V invitava ad osservare. Tuttavia Caravaggio, influenzato dalla sua formazione del nord, più vicina al vero, e dalle aperture che aveva offerto il Rinascimento dei Medici, anche nella Roma papale, riuscì a raccontare una vita più concreta e legata ai momenti quotidiani, almeno nella rappresentazione delle figure umane, riportate sulla tela dalla visione diretta di modelli popolari.
Caravaggio è un nome capitale della storia dell’arte mondiale, e questa esposizione romana dimostra come le immagini vive della pittura italiana ci parlano con grande attualità, dimostrando ancora una volta come la cultura visiva sia davvero molto molto di più della moda attuale del televisivo e del digitale che esce dai computer. Pensate 35.277 visitatori soltanto in una settimana, quella prima di Pasqua, e una fila continua fuori dall’ingresso principale delle Scuderie per l’acquisto di un biglietto di ingresso. È consigliabile – se si può – andare a visitare la mostra durante un giorno feriale e non nei fine settimana, quando si accalcano folle di visitatori, insieme alle gite e ai gruppi delle varie associazioni degli amici dei musei di tutta la penisola.