Carla Pesciatini, LA LUNA NELLA SETTIMA CASA

ExCogita Editore, Milano 2008, ISBN 978-88-89727-72-0, Euro 12.
narrativa
PESCIATINI2009_lunacasa.jpg

Carla Pesciatini scrive romanzi intrisi di storia. Lo ha già fatto con L’ultima estate al mare  (Editori Riuniti, Roma 2007) e con Il retrovisore (ETS, Pisa 2003), e questa ultima opera non fa eccezione. Sono testi, quelli dell’Autrice,  in cui la grande narrazione degli eventi sociali e politici è il contesto esplicito nel quale  si intersecano le storie piccole, ma mai insignificanti o unicamente  private, dei suoi protagonisti.
 
La luna nella settima casa è una trama borghese e rivoluzionaria, come per molti aspetti fu il sessantotto, dove si analizza il progressivo innescarsi di una rivoluzione politica, sia pure inefficace e abortita, fortunatamente abortita, aggiungeremmo noi, a partire dalla trasformazione dei rapporti umani, tra i sessi e tra le  generazioni. L’onda della contestazione fu, per molti aspetti, l’inizio di una americanizzazione della sinistra europea che è arrivata fino ad oggi modificandosi nei mezzi e nei fini. Ma il romanzo di Carla Pesciatini arricchisce il quadro psicologico e storico dell’epoca. Il nucleo della trama è l’infatuazione, che poi diventa amore divorante e breve, tra una signora matura e il giovane architetto poi  “rivoluzionario di professione” conosciuto nella  casa dei suoi amici di Basilea. La scelta della  città non è casuale. Oltre che ben conosciuta dall’Autrice per la sua attività, è la città tranquilla, trilingue  e multinazionale che fa da  contrasto di fondo, ma anche da necessaria “quinta” teatrale, per il “folle volo” della prima rivoluzione postmoderna. Nei romanzi della Pesciatini i luoghi non sono mai irrilevanti, ma entrano nella trama e si respirano, per così dire, nei ritmi dei dialoghi e delle azioni.
 Il plot ha inizio come in un romanzo borghese dell’ottocento, con la bella signora matura che si innamora del giovane ribelle e  si arricchisce subito delle tonalità della storia di quegli anni. La sovrapposizione tra cultura pop  e retorica rivoluzionaria, la costruzione dell’immaginario cinese e vietnamita, o addirittura cambogiano e sudamericano, così simile a quello che avverrà, negli anni futuri, con la mitizzazione del consumismo postmoderno, nel romanzo di   Carla Pesciatini non sono  mai prese a valore facciale. La cultura politica dell’Autrice, dirigente socialista pre-craxiana oltre che funzionaria del Ministero degli Esteri per il settore scolastico, non indulge mai ad un “come eravamo” sessantottardo. Il contrasto tra la verità dei fatti della “Rivoluzione Culturale” (il ritorno dalla Cina di Peter, che paragona le masse maoiste ai flagellanti medievali) e la retorica ingenua di Helmut e dei suoi amici rivoluzionari è sempre chiaro, nella tessitura del testo. La descrizione della Milano di quegli anni, intersecata dai cortei più che dalle linee dei suoi tram, fa anche da contrasto con la rivolta di Basilea, che è insieme più feroce e più elitaria, più ingenua ma più internazionale. Helmut si troverà, dopo un esplicito  ménage à trois con la giovane fidanzata e la più matura amante, ad entrare nella rete globale della lotta armata, giungendo a partecipare all’assassinio di Quintanilla, il leader boliviano che aveva ucciso il “Che” Guevara. Ed in effetti fu Monika Ertl, figlia di un ex-gerarca nazista, a uccidere, con la pistola datagli da un famoso personaggio milanese, Giangiacomo Feltrinelli, Roberto Quintanilla Pereira.  Ma questo lo abbiamo letto sui giornali solo dopo l’uscita del romanzo della Pesciatini. L’asmatico medico argentino era stato ucciso, in effetti, soprattutto da quell’errore politico che distruggerà appunto il sessantotto, sia quello  libertineggiante e pacifista che la sua mouvance  rivoluzionaria e terroristica: l’estraneità alle masse;  fu il ritorno del rimosso anarchico e ribelle del movimento operaio che vedeva nell’”azione diretta” (nome infatti di uno dei gruppi del terrore gauchiste  di quegli anni) o nell’assassinio del “tiranno” l’innesco della rivoluzione, quella fase insieme mistica e cosmica (il termine “rivoluzione” è di origine astronomica) di un novus ordo saeclorum  che risolverà le crisi singole e quelle storiche, le nevrosi private e i drammi economici. Ma sarà, nel testo di Carla Pesciatini, Elisabeth, la fidanzata “storica” di Peter, che ha perfino coperto la sua fuga, a pagare con la vita il suo silenzio e il suo irragionevole amore per il puer aeternus  della rivoluzione mondiale.
  Quella luna nella settima casa  che nel musical   “Hair” designa l’entrata nell’età dell’Acquario, la nuova metafora astronomica della ciclica rivoluzione degli astri, non porterà la pace e l’amore tra tutti gli uomini, semplicemente perché non esistono le trasformazioni radicali del mondo e degli uomini. Tutto è demandato all’attrito della realtà e degli interessi in gioco. La scrittura di Carla Pesciatini è tersa, precisa, senza inutili giochi linguistici, odora di una città che entrambi amiamo, Basilea, e collega con naturalezza la  storia e il vissuto degli uomini, i sentimenti e le scelte, le passioni e le ideologie di quegli anni. Il giovane rivoluzionario  di professione, poi, si “rifarà una vita” in USA, trasformandosi, come accadrà a tanti suoi compagni italiani e non, in un membro attivo della nuova classe dirigente. Tanto rumore per nulla? No, semmai la capacità di creare un vuoto culturale e politico nel quale attecchirà il nulla della postmodernità.
 

Marco Giaconi