Casting Italia
Se la televisione è lo specchio dell'anima di un Paese, e se questo naviga sul filo populistico della telecrazia diffusa, dovremmo fare una riflessione sul concetto di talent show (nel caso attuale più famoso X Factor, ma anche Amici o Academy). Qualche anno fa ricordo che i talent scout se ne stavano prudentemente nell'ombra e gli artisti (specie quelli più impegnati) frequentavano gli schermi televisivi con estrema circospezione. Se un cantautore aveva qualche "messaggio" da inviare si guardava bene dal farlo attraverso il tubo catodico e quando lo faceva era un evento. Oggi i ruoli si sono ribaltati. Chi ha la "Ventura" di accendere la tv, si imbatte a ogni ora del giorno in una giulebbe di selezioni e provini, talvolta anche platealmente selettivi, con una messe di cattedratici improvvisati e di severi maestrini che modellano l'obiettivo della selezione con un occhio allo share e e l'altro al televoto. E soprattutto con un bel contratto in tasca. Eravamo un popolo di poeti e navigatori. Oggi siamo diventati un popolo di cantanti e danzatori. Mai che un talent riguardi una ricerca universitaria, un esperimento letterario o un modello di consumo critico.
È terribile quando questi signori selezionano al "provino" televisivo con lo stesso tatto che il domatore riserva alla propria fauna in cattività. C'è chi sorride, chi sbadiglia, chi lancia messaggi in codice, chi fa severe osservazioni sul look. Eppure tutto questo fa audience e soprattutto fa tendenza fino a condizionare, in ultima analisi, gli stessi gusti di un imponente pubblico televisivo, tra cui pare anche la fascia d'eccellenza dei "laureati" (questo il dato degli ascolti di X Factor).
La platea televisisva è chiamata poi a plebiscitare o meno la "costruzione" del maestrino di turno dopo avere messo diligentemente in rete la propria volontà di consenso. Mentre il dissenso, ovviamente, non viene mai manifestato, tanto meno motivato. E il maestrino ne esce comunque saldissimo sul piedistallo. Un meccanismo ben oliato e ormai dilangante in ogni palinsesto televisivo. In cui cresce a dismisura una componente di deferenza e di rispetto verso chi, nella maggior parte dei casi, non ha alcun titolo per giudicare con criteri plateali e selettivi pur tenendo saldamente nel pugno tutta la filososfia diffusa del casting. (casting Italia, potremmo definirlo).
Come se il merito o il talento, con il relativo successo mediatico, dovessero essere necessariamente riconosciuti e partoriti da una procedura autoritaria (che talvolta comporta addirittura la clausura fisica dei concorrenti). C'è molto del nostro Paese in questo pericoloso straniamento.
[5 maggio 2009]

