Catenaccio

Pierantonio Pardi

Già me li immaginavo i titoli del dopo partita di Italia-Australia, all'insegna di quella creatività minimalista che, a volte, caratterizza gli editorialisti nostrani: "Totti a casa" oppure "Moggi, moggi usciamo dagli ottavi", dove la paronomasia avrebbe stemperato gli italici furori e le giuste recriminazioni. E invece no! È bastato un "rigorino" e di nuovo el pueblo unido e (toni)truante ha inneggiato al gladiatore che ha risollevato le sorti di questa armata Brancaleone in crisi d'identità. Del Piero che beve Uliveto e si depura, Toni e Gilardino, proustianamente, alla ricerca del goal perduto, De Rossi che emula Brando in "Fronte del porto" e poi l'oscura testicolar-manovalanza di lusso dei vari Cannavaro, Zambrotta, Buffon che difendono, che non soccombono….
Ma, insomma, facciamola finita!
Abbiamo giocato la prima partita (ed era quella della paura) con il Ghana, la seconda (ed era quella della "guerra") con i marines, la terza (la partita del "terrore") con i beach boys australiani, maestri nel surf e nel rugby, ma illustri neofiti del football. Perché gli italiani devono essere rigorosamente non cardiopatici per assistere a queste sfide? Perché ogni volta il nostro masochismo deve raggiungere il climax per poi esplodere nell'urlo frustrante degli oppressi (roba da coro dell'atto III dell'Adelchi). Perché, comunque, esplodiamo tutti, all'unisono, quando, dopo 90 minuti di pura sofferenza psicofisica, riusciamo a "deflorare" la pulzella australiana?
Una risposta c'è: abbiamo superato il tabù della nostra atavica impotenza, abbiamo ancora una volta recuperato, in extremis, la nostra virilità sottomessa, abbiamo capito che siamo rimasti metaforicamente legati a quella sorta di cintura di castità che è il "catenaccio", che salva da varie e variegate "penetrazioni", ma che, ahimé, non ci fa godere.
E allora… avanti Savoia ! - tanto per rimanere in tema.