Chiasso Jazz 2010
Ne è passato di tempo dalla prima volta, quando Enrico Rava arrivò a Chiasso da solo, con solo la custodia nera e dentro lo strumento. Unico concerto con one-man band. E non andò meglio l’anno successivo, quando Gianluigi Trovesi in ottetto (con Schiaffini e altri diretti musicisti della Instabile Orchestra) tenne l’altro unico concerto della seconda edizione di una cosa che ancora non si poteva chiamare festival, ma in nuce voleva tanto esserlo, al punto che lo è diventato.
Questa tredicesima edizione di Chiasso Jazz ha avuto un cartellone ricco, con la funzionale divisone in tre set da sera a notte.
Molti i nomi di richiamo, tra cui il sassofonista argentino Gato Barbieri, grande suonatore di ance, prima in chiave melodico-latina, poi addentro alle cose del free, attraverso le collaborazioni con Don Cherry e Dollar Brand. Gato ha avuto la fortuna e la sfortuna di aver associato il suo sax tenore alla colonna sonora del film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci che l’ha frizzato in una dimensione statica che poco si addice alla irruenza del suo timbro e alla flessibilità della musica afroamericana.
Altro nome storico del genere è il batterista Tony Allen che in ottetto ha infiammato e fatto ballare tutta la platea di Spazio Officina, con un impatto sonoro granitico e una dinamicità musicale davvero interessante. Mentre ci è parso sotto tono il progetto musicale presentato dal batterista Manu Katché che, in certi casi, sfiorava più l’analogia con Fausto Papetti che il concerto jazz. Complice una serata da dimenticare per il sassofonista Tore Brunborg, e un certo manierismo artefatto del pianista Alfio Origlio, il concerto di Manu ha rasentato l’easy listening, senza incantare con i brani melodici e senza infiammare con quelli più ritmici. Alla fine la sua maestria alla batteria da sola non è bastata a fare serata. E anche lui sembrava rimpiangere la sua presenza a Chiasso con Jan Garbarek del periodo precedente.
Infine, Spazio Officina è decisamente una buona location per certi concerti, come anche l’ottima accoppiata dei Quinto Rigo con la voce di Maria Pia de Vito, ma servirebbe forse articolare meglio gli spazi a disposizione per un festival sempre più strutturato. Perciò ci dispiace di non aver potuto ascoltare Luciano Biondini e Javier Girotto le sere precedenti al Teatro Sociale, qualche chilometro a sud, a Como.
[10 febbraio 2010]


