Christian Metz, CINEMA E PSICANALISI

Sono passati oltre trent’anni dall’uscita del libro di Metz, ma ancora oggi, con quest’ultima edizione italiana, il testo conserva il suo fascino e mantiene un ruolo di prima importanza negli studi cinematografici. Infatti, oltre a essere perfetto dal punto di vista analitico, è anche il più importante, più riuscito, più autorevole esempio di una linea di studi cinematografici che si avvale della psicoanalisi come strumento di indagine, o, meglio, di un particolare tipo di psicoanalisi. Quello che voglio tentare in questa recensione è soffermarmi su un aspetto dell’impostazione di Metz per me non completamente condivisibile, troppo facile elogiare un libro come il nostro. Ma andiamo per ordine.
Come detto, Metz si rifà a un particolare tipo di psicoanalisi; infatti la psicoanalisi utilizzata è quella di Lacan, in particolare il famoso stadio dello specchio. Riassumibile brevemente nel seguente modo:
Lacan sostiene che il bambino fra i sei e i diciotto mesi attraversa la fase dello specchio, la quale avviene per tappe.
Nella prima, il bambino, portato da un adulto di fronte a uno specchio, confonde la realtà con l’immagine riflessa; in un secondo momento capisce che l’immagine riflessa non è quella reale; nell’ultima tappa finalmente il bambino percepisce l’immagine riflessa come altra da sé.
Da una parte questo processo porta alla prima costruzione dell’Io come soggettività separata, ma, d’altra parte, contemporaneamente, questa separazione, che è anche separazione tra l’Immaginario e il Simbolico, è alla base dell’alienazione umana.
Ciò che ha affascinato e continua ad affascinare gli studiosi di cinema è che questa prima acquisizione della soggettività passa per l’identificazione con altri, essenzialmente con chi pone il bambino di fronte allo specchio – identificazione primaria – ma anche con la propria immagine riflessa. È qui, secondo l’analisi di Metz, la di differenza e la somiglianza tra specchio e schermo cinematografico:
"Quindi il film è come lo specchio. Ma in un punto essenziale esso differisce dallo specchio primordiale: per quanto, come in quest’ultimo, vi possa venir proiettato di tutto, c’è una cosa, una sola che non vi si riflette mai: il corpo dello spettatore."
Questa differenza non è di poco conto, se si considera che per Lacan è in questo momento che l’individuo prende coscienza del proprio corpo, cioè nel riflesso della propria immagine.
L’analogia tra specchio e film è data, secondo Metz, dal fatto che lo spettatore come il bambino è portato a vedere, alla percezioneda qualcuno/qualcosa, non da un adulto come nel caso del bambino, ma dalla macchina da presa con cui lo spettatore si identifica, o meglio si identifica col punto di vista rappresentato dalla m.d.p., oppure "lo spettatore insomma si identifica con se stesso, con se stesso come puro atto di percezione". Comunque sia, in ultima analisi, le due cose coincidono costituendo l’identificazione primaria o per essere più precisi, seguendo Metz, "Lo specchio è il luogo dell’identificazione primaria. L’identificazione col proprio sguardo è secondaria rispetto allo specchio, cioè per una teoria generale delle attività adulte, ma è alla base del cinema e quindi primaria quando si parla di cinema: è esattamente l’identificazione cinematografica primaria". Ma le identificazioni al cinema non si limitano solo a quella appena descritta, "Quanto alle identificazioni con i personaggi, con i loro diversi livelli (personaggi fuori campo ecc.) sono le identificazioni cinematografiche secondarie, terziarie ecc.; se si prende in blocco, semplicemente per opporle all’identificazione dello spettatore col proprio sguardo, il loro insieme costituisce, al singolare, L’identificazione cinematografica secondaria."
Come hanno giustamente rilevato i quattro autori di Esthétique du film: "L’identificazione secondaria dipende in larga parte dal complesso di Edipo."
Senza riassumere il noto complesso edipico, mi basta evidenziare che, al di là della volgarizzazione della "storiella", vi è stato e c’è ancora all’interno del dibattito psicoanalitico tutto un ventaglio di sfumature e di contrasti, anche netti, tra posizioni differenti. Ad esempio, la prima opposizione è tra chi considera il complesso edipico come un qualcosa di immutabile, una fons et origo universale, per dirla come Jones; e chi, invece, caratterizza il "complesso edipico come un fatto condizionato, almeno nella sua forma, socialmente e, in ultima analisi, economicamente."La seconda posizione è in netta minoranza all’interno degli studi di psicoanalisi, ma vi sono anche posizioni un po’ più "morbide" che tralascio.
Un altro punto di divergenza è la collocazione dell’inizio del complesso di Edipo. Se la teoria classica individua il suo inizio nella fase fallica, "nella quale il membro maschile – e ciò che gli corrisponde nella bambina – acquista in entrambi i sessi un’importanza che non sarà più possibile trascurare."; le ricerche della Klein concludono che "le tendenze edipiche insorgono a seguito delle frustrazioni orali provate dal bambino per effetto dello svezzamento – cosicché compaiono tra la fine dl primo anno di età e l’inizio del secondo – e sono successivamente rafforzate dalle frustrazioni anali che il bambino subisce nel periodo dell’avvezzamento alla pulizia."
Infine, per spiegare il complesso edipico nella bambina, Freud perviene a una delle sue teorie più discutibili: quella dell’invidia del pene da parte della bambina per la piccolezza del suo cliroride-pene.
Come ho cercato di evidenziare, sintetizzando al massimo, il campo è molto complesso e non privo i contraddizioni, quindi parlare di complesso edipico al cinema è, se non altro, problematico, e di conseguenza risentono di questo clima anche le identificazioni secondarie. Ma ammettendo anche la possibilità di un "pacifico" complesso di Edipo freudiano-lacaniano e la sua rintracciabilità, in qualche modo, nell’esperienza cinematografica della identificazione secondaria, rimangono fuori tutta una serie di identificazioni con possibili personaggi "sovversivi", nel seno sociale, anche politico del termine. Perché l’identificazione secondaria è in primo luogo l’identificazione col Padre – non con il padre – cioè con la Legge del Padre e le identificazioni anch’esse secondarie, che hanno inizio da questa, ideali dell’Io (Ideal-Ich) che sono condizionati, imposti – in un ottica propriamente lacaniana – dai dettami morali della società. Il bambino con l’identificazione secondaria entra nella società, accetta e subisce il suo ordinamento. Generalizzare il processo dell’identificazione secondaria come un processo comune a tutti i film, o meglio al cinema, nell’identificazione con qualunque personaggio, non tiene conto, a mio modo di vedere, dell’identificazione che diversi film richiedono con personaggi sovversivi, che negano l’ordine costituito. Per concludere, quello che non condivido nel libro (bellissimo) di Metz è la generalizzazione della identificazione secondaria e non la sua validità per analizzare molti film.
Claudio Serni

