Cina, Tibet, Olimpiadi
Se dico che il Tibet è un paese occupato dai cinesi allora si capisce subito perché i tibetani lottino per l’indipendenza, ma tra la Cina e il Tibet i rapporti sono sempre stati di natura particolare al punto che la questione da porre sarebbe questa: il Tibet è Cina oppure no? E ancora: il Tibet è una nazione oppure no?
Non lo è nel senso moderno, occidentale, del termine. Ma in questo senso non lo è nemmeno la Cina che si è sempre definita come un’area di civiltà universale, una portatrice di valori e di cultura. Un territorio non si definiva Cina per appartenenza geografica (i sacri confini) ma in base al coinvolgimento in questo sistema materiale e simbolico. Nei secoli il Tibet ha alternato periodi di indipendenza a periodi in cui è stato parte della Cina. Ma a sua volta anche la Cina ha fatto propri valori della cultura tibetana. All’epoca della dinastia Yuan, per esempio, il lamaismo divenne religione ufficiale della corte e fu un imperatore cinese della dinastia Qing a imporre il Dalai Lama come capo spirituale e politico del Tibet. Poi Russia zarista e impero britannico fecero del Tibet una sorta di zona cuscinetto affidando alla Cina il compito di intermediario e il Tibet fu indipendente di fatto dal 1912 al 1950 quando arrivarono le truppe di Mao che lo occuparono. Quindi il rapporto tra Cina e Tibet non può essere ridotto alla nostra categoria di “rapporto tra nazioni”. Quello che conta è la coesistenza fra culture, assai più che la questione dei confini territoriali. Per questo il Dalai Lama non parla di indipendenza della nazione-Tibet, ma di una autonomia che ne preservi le specificità culturali.
Le olimpiadi per la Cina sono la grande occasione per mostrare al mondo di aver raggiunto la maggiore età, la sua festa, la sua vetrina. Appena uscita dal comunismo e allo stesso tempo dal feudalesimo, entrata a bandiere spiegate nel capitalismo e nella globalizzazione, la Cina si è forse illusa di sottrarsi a un giudizio negativo per questioni che il Regime non reputa rilevanti, ma che invece lo sono per l’Occidente, prima fra tutte la questione dei diritti umani che ingloba tutte le altre. Così il rischio è che, avendo gli occhi di tutto il mondo puntati addosso, vengano fuori le magagne del sistema, che la Cina venga subissata non dal coro di elogi che si aspettava ma da valanghe di accuse che in gran parte si merita. Aprendo, ma non spalancando, le sue porte al mondo esterno, ha dimostrato di essere un paese il cui il Potere agisce con arroganza e, allo stesso tempo, con ingenuità. Un paese che ha saputo affrontare con efficienza e competenza tutti i problemi strutturali legati ai giochi olimpici, ma che ancora non ha capito che conta investire anche su valori immateriali, e che diventare una super potenza economica non basta a guadagnarsi le simpatie e il rispetto universali. Per questo basterebbe che diventasse un “paese normale”.
Internamente non c’è dubbio che la popolazione cinese sia fiera di ospitare le Olimpiadi, ma non sono pochi i cinesi qualunque che criticano l’eccessiva enfasi che il governo ha posto sull’avvenimento e la quantità di denaro e di energie che è costato fare di Pechino la città Olimpica. Si parla di quaranta miliardi di euro, cifra folle per qualsiasi paese ma soprattutto per un paese che, come la Cina, conta ancora milioni e milioni di poveri e che ancora non ha un sistema sanitario per tutti e nemmeno un sistema pensionistico. Comunque, è una festa.
Tuttavia, passata la festa, che succederà? Quale sarà la ricaduta concreta di questa ciclopica impresa?
Per molti, in Cina e non soltanto in Cina, il dopo-Olimpiadi sarà il vero banco di prova. Il paese vive queste giornate all’apice della frenesia e in preda a gravissime contraddizioni che i Giochi non aiuteranno certo a risolvere.
(testo raccolto da Gabriele Avanzinelli)
[8 agosto 2008]

