Colposo o volontario?

Spesso la vulgata comunicazionale della guerra irachena vuole da una parte la democrazia dall'altra il terrorismo: il bene contro il male. Poi c'è chi fa la guerra concretamente, come quelli che sparano all'impazzata su una macchina di italiani e che sono stati definiti "giovanissimi, impauriti soldati americani"; c'è chi la subisce, come i civili iracheni, famiglie normali che da sempre sputano sangue sotto il potere; c'è chi ci vive in mezzo, come Giuliana Sgrena e Nicola Calipari. Tutti questi non ne parlano o fanno molta fatica a parlarne in modo tranquillo. Perché allora le voci sono così differenti? Perché là, a Baghdad, in guerra, non esiste quel mondo così chiaro e semplice che ci racconta spesso la classe politica. Là a Baghdad, in guerra, le zone grigie e complicate sono l'unica realtà delle cose. Il giorno che rapirono Simona Pari e Simona Torretta ero a Radio 24 - Il Sole 24 Ore. Insieme a due redattori stavo preparando Urban, la trasmissione che conducevo ogni sera d'estate, quando arrivò un'agenzia che ci informava del rapimento. In redazione calò subito un'aria di zinco. Il direttore interruppe le trasmissioni in corso, mise in diretta le breaking news e ci disse di mettersi a lavorare su quella notizia. Era una cosa normale per una radio che vive di informazione, ma c'era un altro elemento: Simona Pari, prima di andare in Iraq, aveva lavorato in redazione a Radio 24 e questo stendeva su di noi un senso di oppressione maggiore. Nei giorni dopo seguimmo ancora da vicino la vicenda di quel rapimento: qualcuno di noi era arrabbiato perché quelle due sciagurate erano andate laggiù, nel caos del mondo; qualcuno faceva dietrologia, dicendo che gli unici che avevano interesse a rapire due come la Pari e la Torretta forse erano gli americani… Quest'ultima questione viene posta oggi, in maniera simile, sull'attacco alla macchina che portava Giuliana Sgrena e tre agenti del Sismi. La giornalista del Manifesto continua ad affermare che "quella sparatoria non era giustificata"; la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta per "omicidio volontario". Poi si fa avanti, plausibilmente, la tesi dell'errore umano, del tragico equivoco dovuto alla suscettibilità della guerra, alla tensione delle pattuglie di soldati coi nervi a fior di pelle per gli innumerevoli attentati. Certo, in una relazione così stretta tra Italia e America (come siamo abituati anche nel nostro territorio per la presenza di Camp Darby), che dalla seconda guerra mondiale prosegue come in nessun'altra nazione europea, gli errori hanno una loro rilevanza statistica. Pensiamo a quell'aereo militare americano che agli inizi degli anni '90 si infilò dritto in una scuola media del veronese uccidendo un'intera classe di bambini, o alla tragedia del Cermis della fine degli anni '90, quando due piloti di jet americani, poco ortodossi, colpirono in pieno la funivia. Di morti innocenti è piena la storia dell'umanità e pure la guerra in Iraq non scherza. Addirittura nell'antichità il sacrificio di vite umane innocenti era sentito necessario per purificare, di tanto in tanto, l'intera comunità. Il fatto che oggi sia la democarizia laica a fissare regole che non sconfessano queste pratiche non proprio moderne rende tutto il senso di sconcerto che la Sgrena e la moglie di Nicola Calipari si trovano a dover sopportare.