Come analizzare il berlusconismo

di Marco Giaconi

“Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”. Il progetto di Manzoni su Napoleone (anche lui non molto alto) può andare bene anche per noi. Ma come “schedare” il fenomeno politico che il Cav. ha organizzato in quasi 15 anni di presenza sulla scena parlamentare? Vediamo. Il peronismo può essere una chiave interpretativa. Ma Evita e Juan Domingo erano davvero contro l’establishment, come racconta Alfredo Helman nel suo volume (Il Peronismo, Ed. Clandestine, Milano 2005) la coppia presidenziale aveva messo in campo una nuova alleanza sociale tra industria nazionale protetta, sindacati corporativi, forze armate che contrastava il vecchio latifondo legato all’imperialismo inglese e, poi, nordamericano. Il gioco, a Buenos Aires, durò fino a quando il regime peronista non consumò fino all’ultimo lingotto d’oro con il quale sia gli Alleati che l’Asse avevano comperato, a caro prezzo, le risorse alimentari dell’immensa pampa argentina. E durò fino a quando la “camorra” peronista non si scoprì in minoranza rispetto ai poveracci che ne erano rimasti fuori. Il mito di Peròn fu, peraltro, all’origine dei primi sogni politici dell’Avvocato Fidel Castro Ruiz. La guerra fredda,correlata alla presenza di elementi destabilizzanti per gli USA nel Cile e in Brasile, chiuse la stagione dei descamisados di Evita, che si accorsero di come, nel mondo bipolare, ai due blocchi geopolitici, dell’Argentina non fregasse assolutamente niente. Ci furono anche spese folli, tipiche di ogni regime corporativo: il tentativo dell’arma atomica, il riarmo contro Cile e Brasile, costi di rappresentanza faraonici.
Il Cavaliere di Arcore invece non distribuisce risorse reali, che peraltro non ci sono: si limita ad affermare come la situazione economica, oggi, sia meno infausta in Italia che nel resto d’Europa. “Vaste Programme”, avrebbe detto De Gaulle. È una “massa di redistribuzione”, per usare la categoria stabilizzante che ha inventato Elias Canetti (Massa e Potere, Adelphi, Milano 1981). Non è vero, ma gli sforzi di Giulio Tremonti, di cui il Cav. si riveste come della pelle di un orso da lui stesso ucciso, coprono le falle dell’impoverimento di massa, per adesso. E il Premier non è nemmeno, malgrado gli sforzi di qualche suo parlamentare, un gollista. Mon Général aveva visto, come a poker, il bluff della dottrina NATO della risposta flessibile,capiva che l’Europa era persa, se ci fosse stata (come era previsto dai piani URSS fino al 1990) l’invasione da terra dell’Europa occidentale da Est, e si era aggiustato reinventando la unicità dell’Esagono in un contesto geopolitico e economico infido. Atomo civile e militare, difesa tous azimuts, richiesta agli USA di pagare in oro o monete forti l’interscambio bilaterale, politiche aggressive sui mercati internazionali, freddezza verso l’UE, letta dall’Eliseo come un cavallo di Troia degli States per creare una nuova dipendenza geoeconomica europea verso Washington dopo la crisi di Bretton Woods e la fine delle parità prefissate tra le 44 monete del blocco occidentale. Insomma, un progetto globale di reinvenzione del pouvoir di Parigi.
Per il sistema berlusconiano, non troviamo niente di tutto questo. Secondo il Cav., l’Italia è una media potenza (e oggi non lo è già più – gli analisti USA ci mettono insieme alla Serbia, alla Grecia, alla Macedonia, in una nuova “Southern Europe”) di piccole e medie imprese che devono vendere ovunque e in ogni modo. Vero, certamente, ma la politica estera non è riducibile alla protezione degli affari. Peraltro, ormai è quello che gli studiosi chiamano il “quarto capitalismo”, quello delle aziende medio-grandi che ha oggi le maggiori possibilità di adattarsi rapidamente alle evoluzioni e alle crisi del mercato-mondo, mentre le troppo famose PMI non possono non arenarsi sulla prima spiaggia, con pochi capitali e ancor meno ricerca scientifica. E, peraltro, occorre sempre accompagnare la penetrazione dei mercati con una credibile minaccia qualora non si osservino le regole di buona creanza, secondo la formula di Theodor Roosevelt, “parla dolcemente ma porta un grosso bastone”.La relazione con Vladimir Vladimirovic Putin, nipote del cuoco personale prima di Lenin e poi di Stalin, non è a somma zero. Mosca vuole, tramite gli affari, resecare l’Italia dal “Fianco Sud” della Alleanza Atlantica, unificarla in un asse con la nuova Turchia islamizzata di Erdogan, stabilizzare l’asse orientale del Mediterraneo per evitare brutte sorprese a Ovest. Il gas e il petrolio, come potete immaginare, non sono qui fini ma mezzi. Certamente il berlusconismo non è nemmeno, con buona pace degli amici del “Foglio”, l’inizio di una rivoluzione liberale in Italia. Come fa a essere liberista il monopolista di fatto delle televisioni commerciali? E, inoltre, come fa a essere liberista chi, e questo peraltro accadrebbe anche con un Premier di centro-sinistra, sopravvive al potere nella misura in cui concede favori selettivi alle corporazioni che solo dopo la verifica del beneficio lo votano?
Il cerchio è questo: il leaderappare, la sua cerchia personale conclude l’affare con chi gestisce i voti, i voti arrivano e lui riappare circonfuso di gloria. Chi si vede in Tv è il capo (apparente), chi decide dietro le quinte concede i favori, chi accetta i favori fa votare il leader. E ancora, il Cav. non è nemmeno Dulcamara. “Udite, udite o rustici!” Ma alla fine, malgrado Belcore e con l’aiuto di Giannetta, la macchina dell’innamoramento funziona, e Nemorino si sposa con Adina. L’Elisir d’amore di Donizetti è la storia di una truffa a buon fine che innesca quei meccanismi liberatori che portano all’happy end. Dulcamara se ne ritorna in giro felice: “Ei corregge ogni difetto”, è la sua bottiglia di Bourdeaux spacciata per elisir. In politica questo non può accadere. Occorre sempre  una quota di reale per sostenere l’immaginario, il mondo delle ombre non può vivere senza essere sostenuto da un qualche sostrato di realtà. Ma allora, che cos’è il berlusconismo, in termini comparativi? Difficile spiegarlo. Si tratta di un sistema di comunicazione politica che, per la prima volta, è del tutto non corticale.Ovvero tende a eliminare ogni tipo di riferimento alto, concettuale, storico, identitario, se non per la ridotta leghista della “piccola vedetta lombarda”, dove l’ossessione identitaria è compensativa, copre la crisi e sostituisce la gratificazione della crescita reddituale, che non c’è più, con la mania di radici che non sono mai esistite. Ecco, questo è un primo passo. Come i nobili decaduti, che sono i più puntigliosi nel ricordare i loro titoli, così le comunità si rifugiano nel mito identitario, o lo creano ex novo per sostituire quelle crisi economiche che stanno erodendo il loro status.Inoltre, il berlusconismo narra una storia. L’epopea identificante di un self made man che arriva a essere l’uomo più ricco d’Italia, una storia italiana nella quale tutti, e soprattutto i ceti popolari, possono identificarsi e quindi sentirsi meglio.
Il Cav. è un taumaturgo della comunicazione, l’oggetto primario della identificazione e lui, che oscuramente lo sa, fa di tutto per esserlo, gaffescomprese. Per la prima volta, in un contesto di poliarchia nelle classi al potere, il collante tra i vari gruppi al governo non è un progetto politico, buono o meno che sia, ma la figura mistica, il corpo del Re, quello che curava la scrofola nella tradizione dei re merovingi studiata da Marc Bloch (I Re taumaturghi, Einaudi, Torino 1989). Questo cambia tutto. Senza la narrativa costruita intorno al Cav., che è il vero progetto politico di tutta l’operazione “Forza Italia”, tutti i nani e le ballerine che lo circondano dovrebbero trovarsi i voti per conto loro, e sarebbero problemi. Berlusconi è “l’uomo dello schermo”, e non mi riferisco solo a quello televisivo. Quindi il Premier è il primo leader non-corticale della storia politica europea, dove al claim carismatico del leader corrispondeva inevitabilmente una agenda politica che era verificabile. Una guerra persa, un’inflazione vinta, una moneta protetta dalla speculazione. Tutte cose verificabili da tutti, nel villaggio globale dell’informazione. Ma qui abbiamo a che fare (se vedete le interviste che molti giornalisti hanno fatto ai “passionisti” di Silvio lo potrete verificare) con una identificazione asimmetrica con un leader che funziona proprio perché Egli è assolutamente diverso da loro. Una “massa dell’identificazione”, avrebbe detto Elias Canetti. Ma questo tipo di sciami psicopolitici sono poi quelli che, come narra Freud in Mosè e il monoteismo (Bollati Boringhieri, Torino 2006) uccidono il Capo e se ne nutrono, per acquisirne i poteri.

[7 ottobre 2010]