Competenza di Don Milani
Il discorso sul cattolicesimo "adulto" e laico pare morto con Prodi e con Scoppola. Quanto a Famiglia Cristiana, anche loro hanno pagato fino ad oggi la libertà di dare giudizi politici.
Come cattolico sono addolorato del fatto che un commento politico come quello sui pericoli di fascismo, fatto da Famiglia Cristiana, citando Esprit (storica rivista cattolica), sia accusato a sua volta di squadrismo dal deputato Giovanardi, persuaso che il Presidente del Consiglio sia un uomo della Provvidenza... Spesso pare fazioso l'uso strumentale che viene fatto della religione per tacitare le critiche politiche. Possibile che sia perso anche il pudore oltre che la storica prudenza?
Era agosto. Era il 1959. Don Milani scrisse una lettera e la spedì a Nicola Pistelli, perché fosse pubblicata sul settimanale “Politica”, organo dei cattolici della sinistra DC fiorentina – ma di udienza nazionale. L’occasione della lettera era un’intervista del cardinale Ruffini che, dopo un viaggio ufficiale in Spagna, esprimeva simpatia per Francisco Franco, il Caudillo fascista che governava quel paese da oltre 20 anni; e la cosa dispiaceva ai cattolici progressisti. Dunque, 50 anni fa il Milani, prete al confino - ma senza imputazioni ufficiali, polemizzava già con posizioni espresse dalla gerarchia ecclesiastica in favore di cause che non avevano nessuna relazione col patrimonio dogmatico e sacramentale della Chiesa. La logica della lettera è proprio questa: l’ascolto e l’obbedienza è dovuta da parte dei fedeli solo ai richiami che sono propri delle competenze esclusive dei Vescovi (e dei Cardinali), non alle altre. Sulle altre (diceva don Milani ben prima che il futuro Concilio Vaticano II affermasse l’autonomia dei laici in fatto di giudizi e scelte di natura politica, legislativa, amministrativa, sindacale ecc.) le gerarchie non hanno competenza. “Non hanno competenza”, diceva il prete fiorentino, letteralmente perché non ne hanno pratica né esperienza. Anzi: circondati da un’aura di sacralità, e da un omaggio che li isola, non hanno, spesso, conoscenza dei fatti. Dunque: in quanto Vescovo «ha un campo in cui può trattarci tutti come scolaretti. Ed è il sacramento che porta e quelli che può dare. In questo campo non possiamo presentarci a lui che in ginocchio. In tutti gli altri ci presenteremo in piedi. Talvolta anche seduti su cattedre più alte della sua. Quelle in cui Dio ha posto noi e non lui. L’ultimo di noi ne ha almeno una di queste cattedre e il vescovo davanti a lui come uno scolaretto». La critica e l’informazione i cattolici la devono ai propri pastori così come la possono, ovviamente, i non cattolici.
Questa lettera-articolo di don Milani (che oggi si legge tra le sue Lettere), la rivista “Politica” non la pubblicò. Io credo che fosse troppo presto (malgrado l’avvento di Giovanni XXIII, Papa allora da meno di un anno) per proclamare da un settimanale di cattolici queste idee, che pure sono strettamente ortodosse, o almeno non accusabili di eresia, e lo erano anche prima del Concilio. Trovo che oggi la proclamazione e la rivendicazione della «nostra libertà di cristiani» sia ancora un dovere. Anche di fronte a un istituto “conciliare” come la CEI (nata per consentire la discussione collettiva, non per frenarla). In particolare se i richiami alla sacralità dei ruoli (penso alle piccole riforme liturgiche) e a una nuova ubbidienza, non condizionata all’ascolto di competenze laiche (di laici anche cattolici) e neppure scientifiche, sembrano riportarci a situazioni e abitudini antiche. I cattolici che accolgono la comunione nelle proprie mani, forse non ricordano che questo piccolo atto era legato al concetto del sacerdozio universale del popolo cristiano; né che l’italiano nel rito della Messa è stato un passo di apertura alla parola di ogni giorno, contro il privilegio culturale della lingua di Roma. Ma, aldilà dei segnali contraddittori, penso che il cristiano attento ai segni dei tempi non possa malgrado tutto dimenticare che il diritto alla parola, in tutti i casi in cui non sia esercitata legittimamente la prerogativa della infallibilità, è anche un dovere.
[22 agosto 2008]

