Condizionamento psicopolitico
Ve lo ricordate il pianeta Papalla, che quel genio di Armando Testa aveva immaginato per vendere dei televisori? Bene, ci siamo già. La comunicazione politica oggi non è fatta per trasmettere idee e opinioni, ma per creare comportamenti e condizionare i consumi politici. Ogni lista elettorale è una azienda che tenta di vendere i suoi prodotti, che sono i suoi candidati. Non i programmi, ripeto, ma i candidati sono gli oggetti che il partito politico tenta di vendere attraverso la sua comunicazione pubblicitaria, che è tutta la comunicazione politica. I programmi sono comunicazione, esattamente come le bandiere. La personalizzazione della politica è appunto funzionale alla vendita dei candidati, che saranno poi candidi megafoni di Bankitalia o della Confindustria, dell’Associazione dei Comuni Italiani o delle cooperative.
Dopo l’elezione dei suoi prodotti, il partito politico venderà i suoi eletti alle lobbies, ai gruppi di potere, a quelli di pressione, alle corporazioni, lucrando un “diritto di passo” e qualche beneficio pubblicitario in più.
La comunicazione politica, ovvero la propaganda, nasce con le attività in USA di Eduard Bernays, nipote di quel Sigmund Freud che, prima di scendere al porto di New York, aveva dichiarato “andiamo a portare la peste”. Ovvero, a convertire un paese protestante e puritano in una massa di donne e uomini che sono consci del potere degli istinti indicibili e animali sul comportamento “solare” e pubblico, e quindi anche politico.
Ma le tecniche psicopolitiche sono, anche nelle idee di Bernays, un misto di “psicologia delle folle” e di psicanalisi. La tecnica di manipolazione delle masse riguarda la definizione di quei meccanismi che abbassano le difese razionali degli individui (“se siamo in due, divengo la metà” già lo diceva Leonardo da Vinci) e permettono l’omogeneizzazione dei comportamenti. La psicanalisi si riferisce a quella massa di istinti forti e biopsichici sui quali si può organizzare il condizionamento necessario. L’ossessione contemporanea per la sessualità è appunto un elemento essenziale per questa operazione.
Quindi, la psicopolitica crea dei complessi artificiali e temporanei con la tecnica pavloviana del riflesso condizionato. Ma siccome non è possibile operare con gli uomini come il fisiologo russo faceva con i suoi cani, collegando un segnale sonoro alla visione di una bistecca, occorre inventare delle tecniche discorsive e comunicative per raggiungere, con le masse, quegli stessi risultati che Ivan Petrovic Pavlov realizzava con il riflesso condizionato tra campanello e bistecca, in modo che il cane salivasse anche con il solo suono dell’apparecchio e si risparmiasse la costosa carne.
Tra le tipologie discorsive utili per creare un riflesso condizionato, pubblicitario o politico, vi è per esempio (ed è di estrema attualità) quella di unire un titolo infamante a un nome. X è “infedele” o “gay” o magari “ladro” e la gente pensa, appena vede quel nome, alla parola “ladro” o “gay” o, magari, “puttaniere”.
Essenza del condizionamento politico è, in tutte le sue tecniche, la ripetizione: la gente è distratta, e tutti i conferenzieri sanno che solo il 12% circa delle parole di ogni discorso sono comprese dall’uditorio. Parafrasando Talleyrand, ripetete, ripetete, qualcosa resterà.
Un altro stratagemma comunicativo è quello delle “frasi generali”: usare frasi positive, che rappresentano vagamente dei valori accettati o “nobili”, per collegarle al nome e alla persona (o alla cosa, è lo stesso) che si vuole vendere. “Libertà”. A chi non piace? Ma se collego ripetutamente la frase “difendere la libertà” al nome di qualcuno, ecco che la gente immaginerà di avere a che fare con un liberalone che manco Cavour. Il problema è che le parole sublimi sono, chissà perché, troppo poche, e sorge la necessità di far capire che io rappresento la vera libertà, non quel filibustiere del mio nemico di partito. Allora, la soluzione è una sola: ripetere, ripetere, ripetere sempre più il concetto di quanto non lo possa fare il mio avversario. Ecco perché le campagne elettorali costano.
Sempre per fare l’elenco analitico delle tecniche di condizionamento associativo, c’è quella, più legata alle immagini che alle frasi, dell’associazione tra una immagine universalmente positiva con un nome che si vuole “promuovere”.
Mettere insieme la foto di Madre Teresa di Calcutta con quella del politico, oppure diffondere le foto di un oscuro candidato di provincia insieme al leader, immettere nel simbolo del partito, come ha fatto qualcuno, il faccione di Gandhi. Tutti sistemi di transfer, che trasmettono il buono di una immagine, per contrapposizione semplice, all’altra immagine costantemente ad essa associata.
Una tecnica diffusa per i prodotti di largo consumo e di target popolare (detersivi, tonni che si tagliano con un grissino, passate di pomodoro, politici alle prime armi, etc.) è quella del testimonial: se il caffè XY lo beve quel grande attore ciociaro, allora, per una qualche magia, io che lo bevo acquisirò una parte della simpatia e del successo dell’ormai defunto grande interprete di Nell’Anno del Signore.
La propaganda usa le strutture che Lévy-Bruhl analizzava nel suo La mentalità Primitiva: il pensiero arcaico è prelogico, ignora le regole della non-contraddizione, della causalità e della identità, crede che il mondo funzioni sulla base di una potenza magica originaria, e in cui il tempo e la distinzione tra possibile e impossibile è irrilevante. La propaganda manipola o crea meccanismi da “pensiero primitivo” all’interno della nostra “società della tecnica”.
I giovani jihadisti che si fanno saltare in aria contro obiettivi civili e militari occidentali, lo fanno anche perché Saladino, i Crociati di Goffredo di Buglione, le tribù ebraiche che contrastano la predicazione di Muhammad a Medina sono per loro presenti e vive.
Una tecnica che tende a ridurre o eliminare la paura della novità, il senso di isolamento degli individui nelle metropoli e quindi a farli sentire parte di un gruppo vincente è l’effetto band wagon: la proposta del Governo “piace al 65,3% della gente”. Non ci sentiamo più soli. Di converso, i “nemici” sono sempre pochissimi. Vi ricordate l’esilarante ministro “dell’informazione” iraqeno nelle ultime ore prima della caduta del regime baathista di Saddam Hussein (che nacque, detto per inciso, nella stessa città che vide i natali del Feroce Saladino, Tikrit) quando parlava di tanks USA “distrutti o in fuga”? Poveretto, stava utilizzando, male, l’effetto band wagon.
Ma il band wagon funziona se si nasconde la differenza di reddito e di cultura tra i singoli e tra di loro e il politico. È l’effetto “gente comune” che può essere utilizzato sia nel senso di “siamo tutti nella stessa barca” o in quello, più sottile, di chi faccia capire che anche lui, che pure è un Testimonial “viene dal popolo” oppure “è un uomo semplice come noi” o, ancora, “parla come mangia”, “dice pane al pane”.
Le studiate fesserie che alcuni politicanti e demagoghi dicono, sono parte di questo effetto, compresi gli errori di grammatica e di sintassi, nei quali comunque i politicanti sono già molto bravi per conto loro.
Nelle tecniche di argomentazione (che è solo condizionamento, badate bene) le altre malizie del demagogo sono quelle della selezione del miglior risultato possibile per “noi” e di designare la peggiore probabilità per l’avversario. Le nostre proposte aumenteranno l’occupazione del 12%, ma le tasse che i nostri nemici vi faranno pagare in più distruggeranno gli investimenti e quindi l’occupazione. E qui si passa all’immagine che può colpire direttamente l’immaginario dell’ascoltatore/elettore: “vostro figlio starà in mezzo a una strada”.
E qui arriviamo al cuore freudiano del condizionamento negativo degli elettori. La Paura. Si possono far fare alla gente molte cose, o spaventandola o promettendole un risultato positivo.
Siccome, in politica, i risultati positivi sono molto rari e comunque dipendono da poteri che poco hanno a che fare con quelli che il cav. Benito Mussolini chiamava “ludi cartacei”, cioè le elezioni, allora l’asse della propaganda è appunto la paura. Un “riflesso condizionato” che collega una scelta elettorale alla invisibile bistecca dell’evitiamo il peggio.
Ma, per ogni paura, si crea tensione, che è incontrollabile e può trasmettersi anche ai messaggi che il demagogo vuol veicolare come buoni e positivi. Allora si rimedia con l’umorismo. Spesso raffinato, come quando un torinese che portava l’orologio sul polsino e la cravatta sul maglione definì un politico irpino con la formula cattivissima di “intellettuale della Magna Grecia”.
Ma è più facile la battuta feroce o volgare. Arriva meglio a tutti gli elettori, la stessa durezza la fa notare e ricordare meglio, si conferma che il demagogo è uno come noi, che parla come mangia, dice pane al pane, è sincero giustamente indignato.
“Io ho lavorato, quello lì non ha mai fatto niente in vita sua”. “Intellettuale del c….” . “Superbo e lontano dal popolo”. E via con gli insulti da stadio che, essendo il calcio lo sport più diffuso, e che si gioca tra due squadre, è stato finora il vero modello del bipolarismo parlamentare italiano. C’è il ministro che unisce la bandiera della Juventus, nel suo studio, a quella della Repubblica e della UE, c’è un altro ministro che porta gli occhiali rossoneri perché è tifoso del Milan, c’è un leader della attuale opposizione che quando perde l’Inter urla come un ossesso nella sala dei Passi Perduti di Montecitorio, che si chiama così perché quello è il nome, ancora oggi, della sala che fa da ingresso al tempio massonico vero e proprio.
Vogliono far vedere che sono “uguali a noi”, che la democrazia di massa ha realizzato il sogno inutile di Lenin, secondo il quale dopo la realizzazione del comunismo “anche una cuoca avrebbe potuto dirigere lo Stato”. Beh, oggi al Cremlino c’è Vladimir Putin, nipote del cuoco personale di Lenin e di Stalin.
Insomma, cari lettori, quello che potevo dirvi l’ho detto, ora fate un po’ voi. Ma non crediate che il male stia da una parte sola. D’altra parte, io non volevo mica fare propaganda. Meditate piuttosto sulla bella frase di Ernst Jünger: “per oltre cento anni la “destra” e la “sinistra” si sono palleggiate le masse, accecate dall’illusione ottica del diritto di voto: e ogni volta l’avversario di turno sembrava offrire un rifugio dalle pretese della parte opposta. Oggi in tutti i Paesi appare sempre più chiaro il dato di fatto della loro identità e anche il sogno della libertà svanisce nella ferrea morsa di una tenaglia”.
[23 settembre 2009]

