Un consiglio al PD
All’indomani delle elezioni (nell’articolo Analisi Sinistra) avevo ipotizzato, come unica possibilità per chi avesse votato o simpatizzasse per i partiti che componevano la Sinistra Arcobaleno, di entrare nel PD, se questo fosse realmente aperto al confronto democratico nel suo interno. È di questo che voglio parlare in questo breve scritto, cioè della vita democratica all’interno dei partititi, più specificamente all’interno del PD.
Non voglio però rendere conto di come sia oggi la qualità democratica all’interno del PD, ma piuttosto suggerire una possibile procedura di democrazia interna per un partito pluralista e inclusivo.
Il pretesto per questa riflessione è arrivato leggendo un libricino curato da Marco Meacci, Partito democratico. le parole chiave, Editori Riuniti, Roma 2007. In particolare il capitolo dedicato alla parola partito, realizzato da Omar Calabrese. Nell’articolo di Calabrese ci sono due sezioni che interessano il mio discorso: democrazia interna e forme di partecipazione. I due paragrafi vengono trattati in modo chiaro e molto semplice, su cui non ho particolari critiche da muovere, tenendo conto del tipo di pubblicazione. Quello che vorrei qui suggerire è unire i due paragrafi. Cioè proporre forme partecipative, più precisamente forme di democrazia deliberativa per strutturare e gestire la democrazia interna al PD.
Prima di suggerire forme di gestione per la democrazia interna dei partiti, è opportuno accennare allo stato attuale del sistema partitico, se esista la possibilità di sistematiche pratiche democratiche all’interno dei partiti e che cosa si intenda per democrazia deliberativa.
Lo studio dei partiti continua a essere uno dei più importanti campi della scienza politica, e, al suo interno, il tema del livello della democrazia nei partiti ha assunto particolare rilievo. La ragione principale di questo interesse è da ricercate nel declino dei partiti, riconosciuto quasi da tutti i politologi, che non necessariamente è crisi della forma partito, ma è indubbiamente crisi di un certo tipo di partito. Ci riferiamo ovviamente al partito di massa, con un forte radicamento nel territorio, una base compatta che rappresenta solo un segmento della società.
La crisi è empiricamente dimostrabile dall’osservazione di tre indicatori: astensione elettorale, iscrizioni ai partiti, volatilità del voto, cioè il cambio di voto da un’elezione e l’altra. L’ultimo fattore, calcolabile dall’indice di Pedersen, sembra particolarmente attuale alla luce dei recenti risultati elettorali. Semplificando, tanto minori sono gli spostamenti dei flussi elettorali da un’elezione alla successiva, tanto maggiore è considerata la forza di un partito.
Le recenti pubblicazioni dimostrano che i partiti non sono elementi stabili, come il vecchio approccio struttural-funzionaista riteneva. “Impegnati a cambiare il mondo, i partiti sono anche sollecitati a modificare – spesso radicalmente – se stessi, la propria vita organizzativa e ideale (Calice M., a cura di, Come cambiano i partiti, Bologna, Il Mulino, 1992, p.11). Senza approfondire oltre il dibattito, si possono indicare, seguendo la letteratura sull’argomento, alcuni processi che i partiti hanno avviato per fronteggiare la crisi. Principalmente ne sono stati evidenziati tre: 1) Tendenza dei patiti a centralizzare il processo decisionale intorno a pochi leader eletti a scapito del ruolo svolto dalla base. 2) Ricorso a professionisti anche esterni per gestire le campagne elettorali. 3) Collisione tra le élite dei partiti per mantenere il controllo delle risorse finanziarie e istituzionali.
Secondo punto, è possibile una democrazia interna ai partiti?
Partendo dalla classica elaborazione di Roberto Michels sembrerebbe di no; infatti Michels ritiene che la legge ferrea dell’oligarchia fa del partito uno strumento di mantenimento e di ampliamento del potere di alcuni uomini su altri uomini. Insomma, un sistema di generazione di disuguaglianze interne (Michels R., La sociologia del partito politico, Bologna, Il Mulino, 1966).
Senza indugiare su altre posizioni, esplicito la mia, che ritengo sia valida per il PD e non per altri partiti. Nel PD non vedo la possibilità di una democrazia interna di tipo aggregativo, cioè contarsi in base alle preferenze che ognuno si porta dalla propria tradizione partitica. Quindi si rischia, nei casi migliori che le decisioni vengano prese da una ristretta cerchia di dirigenti seguendo la logica della negoziazione, o, peggio, che le decisioni non siano prese affatto.
Ma andiamo per ordine, entrando così nel vivo del terzo punto: che cos’è la democrazia deliberativa. Innanzitutto dobbiamo fare una distinzione con la democrazia diretta, che è un’altra cosa. Ci sono, all’interno dei partiti alcune pratiche di democrazia diretta, rimanendo nel PD un esempio è dato dalle primarie. Ma quanto poi queste procedure di democrazia diretta siano un modo per aumentare il potere delle élites di partito più che rafforzarne la base non lo sappiamo. Infatti molti studiosi vedono nelle procedure di democrazia interna dei partiti il tentativo della leadership per rafforzare il proprio potere e quello di marginalizzare gli iscritti più attivi e spesso più critici (Katz, R.S. e P. Mair, Changing Models of Party Organization and Party Democracy: The Emergence of the Cartel Party, Party Politicsn. 1, 1995, pp. 5-28). Questo è ancora più vero nelle forme di democrazia diretta dove votano, non solo i delegati o gli iscritti, ma chiunque voglia.
La democrazia deliberativa è un modo in cui liberi e uguali individui valutano le ragioni a favore e contro (deliberazione) determinate questioni, utilizzando come unico mezzo per validare le argomentazioni la ragione, soprattutto la ragione degli altri. La deliberazione si basa su flussi di comunicazione orizzontali, in accordo con la teoria discorsiva di Habermas (J. Habermas, Between Fact and Norms. Contribution to a Discorsive Theory of Law and Democracy, Cambridge, MIT Press, 1996). Tutto ciò avviene nella cosiddette arene deliberative (L. Bobbio, Le arene deliberative, Rivista Italiana di Politiche Pubbliche n.3, 2002, pp.5-29). Le arene deliberative sono luoghi fisicamente e temporalmente circoscritti in cui si affrontano specifici temi predefiniti, seguendo i principi della deliberazione per arrivare a una soluzione condivisa.
Questa, si dirà, è una visione ideale, un partito vote-seeking non può certo perdere tempo e risorse – le campagne elettorali sono sempre più costose – per decidere in maniera democratica, con gli strumenti della democrazia deliberativa. Ma qual è l’alternativa?
Ora, le decisioni all’interno di un partito si prendono in due modi. Un leader forte che decide e tutti gli altri lo seguono; un gruppo dirigente che si riunisce, discute e, dopo aver consultato i sondaggi, prende una posizione, e quella è la posizione di tutto il partito. Finora mi sembra che il PD abbia un po’ oscillato tra l’una e l’altra soluzione.
La leadership di Veltroni viene già messa in discussione, anche se non apertamente – per il momento. Le decisioni, o i tentativi di prendere decisioni del gruppo dirigente non ha portato a posizioni chiare, hanno risentito della logica delle quote degli ex-partiti di provenienza.
Ammesso anche che si possa intraprendere una strada democratica, perché scegliere proprio la via della democrazia deliberativa?
Una democrazia di preferenze endogene aggregative (cioè ci si conta internamente di volta in volta su una questione) porta a conflitti interni, aggiungendo che gli iscritti di provenienza popolare, per questa via, temono un’egemonia degli ex-diessini. Insomma, si rischia di non affrontare i cosiddetti temi sensibili. Infatti, nella campagna elettorale, Veltroni non ha preso posizioni in merito ai diritti su coppie di fatto, eutanasia, sperimentazione medica mediante cellule staminali, aborto, ecc. In breve, tutto ciò che poteva creare delle tensioni interne tra ex-democristiani e ex-comunisti. In questo modo, a ben vedere, il PD rischia di non essere un partito veramente nuovo, ma un aggregato di due vecchi partiti.
Invece la deliberazione “anziché aggregare o filtrare le preferenze (generate in modo esogeno) [si potrebbe dire in base alla provenienza degli ex., n.d.a] la democrazia deliberativa procede attraverso la loro trasformazione nel corso della discussione e come risultato di essa” (J. Elster, a cura di, Deliberative Democracy, Cambridge, Cambridge University Press, 1998, p. 11).
Insomma, quello che propongo è creare arene deliberative tra gli iscritti al partito, molto meglio, a mio avviso, dei soliti noiosi congressi dove si votano mozioni o assemblee dove si leggono relazione, si discute e non si decide nulla.
Sono convinto che ogni cittadino abbia le capacita, e quindi spero anche ogni iscritto al PD, se messo nelle condizioni adeguate – le arene deliberative di cui abbiamo parlato in precedenza – di poter dibattere in maniera razionale e coerente su qualsiasi argomento.
Ovviamente tutto questo è possibile se ci si pulisce, mi si passi il termine, dai pre-giudizi dei partiti di provenienza.
Voglio essere chiaro, non parlo di aperture partecipative alla società civile, questo è un altro argomento. Intendo forme di democrazia deliberativa per decidere la posizione del partito su argomenti controversi al suo interno.
Come messo in evidenza da due importanti filosofi politici americani, Gutmann e Thompson, la democrazia deliberativa è un modo per cercare una soluzione condivisa su questioni controverse. (A. Gutmann e D. Thompson, Democracy and Disagreement, Cambridge, Harvard University Press, 1996; Id., Why Deliberative Democracy?, Princeton – Oxford, Princeton University Press, 2004)
[22 maggio 2008]

