Cormac McCarthy, NON È UN PAESE PER VECCHI

Einaudi, Torino 2007
narrativa
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Difficile staccarsi dalle pagine di questo romanzo una volta che si è iniziato a leggere. McCarthy scrive dialoghi strepitosi, dove quello che non è scritto esce con una forza tremenda dentro le parole dette. Si pare un mondo di senso nei personaggi di questo libro (e di altri libri dell’autore americano). La storia racconta le vicende di un killer psicopatico che insegue un testardo cowboy dei nostri giorni che ha trovato una valigette con alcuni milioni di dollari.
 
I due personaggi sono “scortati” narrativamente e moralmente da uno sceriffo che si pone molte domande sul senso dell’esistenza, e su come siano cambiati i tempi, in peggio.
Ci sono pagine di pura azione, pagine di descrizioni paesaggistiche intense che riflettono con grande aderenza certi desolati territori americani (gli unici ancora non contaminati del sud-ovest), pagine di dialoghi sorpaffini. E poi ci sono degli intermezzi in corsivo, che sono una specie di voce narrante, la coscienza dello sceriffo che ricorda i tutori della legge del passato e cerca di riflettere su cosa sia diventato il mondo, rasentando sempre, molto da vicino, il tema della morte.
Portato sullo schermo dai fratelli Coen (unico testo non originale che i registi abbiano voluto trasporre in pellicola), questo libro è un’avventura americana odierna e un manuale di coscienza. Leggendolo, come si leggeva da giovani l’Isola del tesoro di Stevenson, non si può fare a meno di domandarsi i motivi per cui la società, la convivenza civile, gli individui, cioè perché la nostra epoca sia diventati così violenta e rassegnata.
Un romanzo da leggere. Una storia che vi incanterà per la sapienza scritturale di McCarthy e per le vicende dei protagonisti.

Alessandro Agostinelli