Cosa vuole Gianfranco Fini
Sia i salumai della Val Brembana che gli intellettuali delle nostre troppe università di provincia ritengono che il Presidente della Camera sia ormai “di sinistra”. Data la qualità di entrambe le congreghe, c’è da dubitare di questo assunto.
Gianfranco Fini è l’erede di una storia politica che, per molti aspetti, non può essere crocefissa sulla “nostalgia” per il fascismo. Giorgio Almirante (divorziato) si pentì pubblicamente del suo appoggio al referendum abrogativo (1974) di Fanfani contro la legge Fortuna-Baslini del 1970, sostenuto semplicemente perché credeva che vincesse il fronte antidivorzista. E i voti della destra furono essenziali per sconfiggere gli aedi del matrimonio eterno. Le prime analisi ecologiste serie nascono all’interno dei “campi Hobbit” del FUAN, organizzati da Marco Tarchi, dirigente del MSI che perderà avventurosamente la partita per la segreteria nazionale contro lo stesso Fini, dopo la morte di Almirante. D’altra parte, i “verdi” tedeschi erano stati fondati, all’inizio degli anni ‘70, da un gruppo di intellettuali tra i quali spiccava il banchiere Hjalmar Schacht, prima ministro delle finanze di Hitler e poi cospiratore contro i nazisti nel tentato golpe del 20 luglio, con von Stauffenberg, Rommel e Ernst Juenger.
Da quello che raccontarono al processo di Norimberga i rari sopravvissuti del 20 Luglio, furono i comunisti del KPD, attivati dal Servizio di Rommel, a informare la Gestapo. Marco Tarchi, Stenio Solinas, e qualche altro furono i primi, a Firenze nel 1979, con la supervisione di Massimo Cacciari, a discutere del “mito incapacitante” del fascismo che impediva, nel crepuscolo dei due imperi dell’Est e dell’Ovest, di costruire una egemonia della nuova destra nel dibattito culturale e politico che si stava delineando. Finito il Patto di Varsavia, la destra poteva riappropriarsi delle sue radici popolari e postcapitaliste, che erano state messe in sordina dalla necessità di un fronte ampio con la DC.
In anni ormai lontani, il deputato pisano Beppe Niccolai copiò una risoluzione del Comitato Centrale del PCI, eliminò i riferimenti al comunismo e la fece votare, come propria, alla direzione del MSI. Una confessione in limine evitò la figuraccia. Questo per dire come il Movimento Sociale era una destra del tutto anomala rispetto alla vulgata dei “fascisti servi dei padroni”, fesseria di solito gridata a squarciagola dai quei sottoproletari di Lotta Continua che si erano prima esercitati tra i picchiatori “neri”.
Anzi, dovendo diventare la sinistra un “partito radicale di massa”, la destra poteva permettersi il lusso di acquisire, deformandole, le richieste dei ceti popolari. E poteva, d’altro canto, ricostruire, dopo la fine dei vecchi partiti “laici” con Tangentopoli, un asse internazionale con la NATO e gli USA, rimasti orfani di una DC della quale, a ragione, gli atlantici non si erano mai fidati del tutto e che ormai non poteva essere più circondata dai “laici”, impallinati dai magistrati.
Gianfranco Fini è l’erede di questo panorama complesso della destra italiana, e sta impostando un progetto politico e culturale che va ben oltre le modeste chiacchiere del PDL e del PD sull’immigrazione o sul “fine vita”.
Tanto per cominciare, Alleanza Nazionale (che ora è una Fondazione) possiede circa 100 immobili, un patrimonio di circa 300-400 milioni di Euro, è in attivo e non si è sciolta per entrare nel Popolo della Libertà. Il vecchio PCI, o PDS, o DS, prima di sposarsi con la sinistra democristiana nel periclitante PD ha messo in sicurezza 2399 immobili, per un valore figurativo di 560 milioni di Euro, oltre ad un immane patrimonio di opere d’arte dei più famosi “compagni” e ad una liquidità derivante dagli antichi affari del PCI e dai più recenti rimborsi elettorali. In altri termini, il bipartitismo attuale non esiste. Nulla lega poi il Presidente della Camera ai gusti e alla psicologia dell’universo berlusconiano.
Quindi, qual è il progetto politico di Gianfranco Fini?
Per il cavaliere di Arcore, il PDL è una macchina che serve a eleggere il maggior numero di parlamentari che dimostrino di eseguire alla lettera gli ordini del gruppo dirigente. L’area ex-Forza Italia del PDL è l’unico partito integralmente leninista del panorama politico italiano attuale. Nella visione di Silvio Berlusconi, il PDL è una escrescenza finalizzata all’esercizio del voto popolare. Fatte le elezioni, finito, di fatto, il Partito. Il Cav. è, come spesso è accaduto alla borghesia italiana, del tutto disinteressato ad un partito politico che non sia una temporanea cinghia di trasmissione di interessi esterni. La borghesia italiana si è fatta fare i governi dalla Monarchia, dal fascismo, dagli Alleati, dalla Democrazia Cristiana, dalla Chiesa Cattolica, dalla Massoneria di Palazzo Giustiniani, dalla Banca d’Italia, dai Servizi alleati, dai comunisti, ma non ha mai avuto le gonadi per fare politica da sola. La politica “sono chiacchiere”, i deputati sono “corrotti”, la borghesia italiana pensa insomma alla politica nello stesso modo in cui vede la cultura (che unifica con lo “spettacolo”) e manda, o crede di mandare al potere i suoi apprendisti stregoni, che poi la distruggono o la sommergono di richieste onerose. In Italia non c’è propriamente quella borghesia che abbiamo letto in Max Weber, c’è il “popolo grasso” dei comuni o dei principati rinascimentali.
Fosse per Berlusconi, lui farebbe entrare nel PDL anche i comunisti: si allarga la maggioranza, si fanno passare prima le leggi, si sveltisce l’iter, ci si assicura contro le opposizioni interne e le assenze dei parlamentari, al momento del voto in aula. Quindi, per il Cavaliere, il PDL è una scolaresca in gita da far arrivare in pizzeria il prima possibile. Come insegnano i manuali di marketing, “devi sempre vendere la tua azienda”. La ditta-PDL, nella logica berlusconiana, è una macchina finalizzata alla cattura del voto e alla vittoria sul mercato elettorale dove, come accade nelle aziende di servizi, si vende sia il prodotto che il venditore. Ovvero, nel caso del partito politico, sia l’eletto che il voto. Naturalmente, uso qui il termine “vendita” in senso assolutamente privo di sottintesi.
Per Gianfranco Fini il rassemblement del Popolo della Libertà è tutt’altra cosa. È soprattutto lo strumento per legittimare una leadership della destra nel dibattito politico e culturale italiano. Il Presidente della Camera, come accadeva ai giovani del vecchio FUAN, ha letto e ha capito Antonio Gramsci. Vuole i voti (e per questo accetta la “coabitazione” con Berlusconi) per esercitare una egemonia.
Diversamente da quello che pensano i politologi del “Mulino”, è Gianfranco Fini e non Berlusconi che sta operando una “rivoluzione passiva” di tipo gramsciano.
In secondo luogo, Fini sa che la destrutturazione dei partiti politici, la crisi delle identità tradizionali, la stessa fine della coppia dialettica destra-sinistra sono un risultato irreversibile del post-moderno.
Quindi, invece di rimanere a Via della Scrofa a discutere di Carl Schmitt o di esoterismo guènoniano, Gianfranco Fini ha scommesso sul grande partito di massa, il PDL, da conquistare progressivamente nella misura in cui il sistema di potere berlusconiano si indebolisce e tramonta. Essendo erede di una tradizione politica nella quale i voti non solo si contano ma si pesano, Fini sa aspettare e, intanto, penetra la classe dirigente del PDL per esercitare, tra i berlusconiani, quella egemonia che intende sviluppare anche nella sinistra.
Per il Presidente della Camera il PDL non è solo una macchina acchiappa voti, ma lo strumento per la costruzione della Nuova Repubblica. Fini vuole quello che voleva Giorgio Almirante: la repubblica presidenziale, una preminenza dell’esecutivo, un sistema economico che rompa, tramite le liberalizzazioni (che la fondazione finiana Fare Futuro progetta in questi giorni) il legame occulto tra politica e affari, e ritiene che Silvio Berlusconi non sia il primo leader della Seconda Repubblica, ma il politico che sta gestendo la lunga transizione che è iniziata con tangentopoli. È una scommessa che vale la pena di studiare senza pregiudizi e senza quelle che i futuristi chiamavano “idee a braccetto da separare violentemente”.
[25 gennaio 2010]


