Costituente dopo Berlusconi

di Marco Giaconi

Da molteplici segni, si evince che il sistema di potere del berlusconismo è arrivato al capolinea. Non mi riferisco qui alla costituzione di “Futuro e Libertà”, il partito di Gianfranco Fini che oscilla tra una lotta serrata al Cav. e una sua legittima intenzione di sostituirsi, nell’elettorato, a un Popolo delle Libertà che lo stesso Berlusconi dichiara di “non riconoscere più”. E nemmeno mi sembra rilevante la ripresa del PD, che pure rincorre, nei sondaggi, un PDL in caduta di consensi. Il problema è che è proprio l’intero sistema di potere politico e economico italiano che mostra di non fidarsi più del berlusconismo. La lotta tra la rete delle banche del Nord, la Lega,  le alleanze bipartisan di Giulio Tremonti, e il sistema di potere incentrato su Gianni Letta si acuirà nei prossimi mesi, con banche, aziende e mass-media che si frazioneranno su un asse che spaccherà in due un PDL del quale il Cav. non rappresenta più il dominus incontrastato. Ma sarebbe un errore pensare che una ulteriore spallata giudiziaria possa definitivamente chiudere la stagione berlusconiana, e che questi circa due decenni dominati dalla figura del cavaliere di Arcore passino senza trasformazioni rilevanti in tutto il sistema politico italiano. Se e quando Berlusconi si farà da parte, occorrerà rimettere in piedi tutto l’equilibrio costituzionale e informale della politica italiana. Forza Italia prima e il PDL dopo non hanno rappresentato, infatti, l’inizio della Seconda Repubblica, ma la fase terminale, lunghissima, della Prima. Se prima i leaders dell’economia italiana pagavano tutti i partiti politici, la fase berlusconiana ha visto una sorta di concentrazione su uno solo degli attori economici nazionali delle funzioni di sostegno del sistema politico. Pensare che questa anomalia possa essere risolta dalla crisi personale del singolo cav. Berlusconi è una grave ingenuità. Quindi, riteniamo che, nella fase terminale del potere arcoriano, occorra rimettere le mani su una proposta che alcuni (Sergio Romano, Giovanni Sartori, tra gli altri) esternarono nella fase in cui divenne chiaro che “Mani Pulite” stava spazzando via gran parte del sistema politico italiano. Si tratterebbe di pensare ad una Assemblea Costituente, che rielabori gli equilibri costituzionali tra i poteri dello Stato e riorganizzi il sistema della rappresentanza politica in Italia. Su alcuni punti della prossima riforma costituzionale, ci dovrebbe essere anche l’accordo della Lega Nord che si ricorderà delle proposte di un suo brillante ideologo, Gianfranco Miglio, con il suo “Gruppo di Milano”, autori di un disegno per una trasformazione globale dell’architettura costituzionale italiana. Si pensi, in questo caso, al governo dell’economia e della moneta, oltre alla gestione della finanza pubblica, alla riforma del sistema militare e di sicurezza dello Stato, alla relazione, che il federalismo attuale non modifica nell’essenza, tra autonomie locali e potere centrale. Si pensi poi alla politica estera, legata oggi ad una spesso ingenua “geopolitica dei danè” che ci porterà ad una significativa crisi delle nostre relazioni con la NATO e gli alleati europei, che riusciranno a farci pagare salati i nostri giri di valzer nel Maghreb e con la Federazione Russa, senza nemmeno riuscire a giustificare le nostre attività eterodosse come accadeva ai tempi del “Lodo Moro” con il terrorismo palestinese. Si immagini, poi, la questione della formazione e della ricerca, che sono suddivise tra enti e ministeri ormai in netta e visibile crisi, o alla politica industriale che, oggi, non si fa più con i sussidi o le protezioni, ma con attente strategie di sviluppo e di comando sulla globalizzazione.
Se poi si materializzasse l’ipotesi di Paolo Savona o di Paul Krugman, di un “euro a due velocità” tra un’area finanziariamente in crisi come l’Europa mediterranea e meridionale, e il vecchio mondo economico “renano” in piena ripresa, allora tutto il sistema della finanza pubblica collasserebbe, portandoci ad una “crisi fiscale dello Stato” secondo i modelli dell’economista gauchiste Claus Offe. Quindi, materiale per riformare dalle fondamenta lo Stato c’è eccome.
Si potrebbe immaginare una Assemblea Costituente, che viene eletta con un sistema proporzionale, su liste non direttamente collegate ai partiti politici, che elabora in tempi brevi una proposta organica di riforma della Carta Costituzionale del 1948, senza rotture evidenti (molte parti della Costituzione vanno ancora benissimo) ma che inserisce nel tessuto della Legge Fondamentale tutta una serie di nuove materie, attribuendole al Legislativo o all’Esecutivo, per ridefinire i poteri nuovi di uno Stato post-guerra fredda e che ha a che fare con molte sfide che i Padri costituenti, non certo per i loro limiti culturali, non potevano prevedere né immaginare. Occorre, in primo luogo, depoliticizzare il decision making: più organi tecnici, meno commissioni di evidente natura politica o partitica. Se c’è un elemento costante nella crisi italiana, e nella rispettiva crisi degli altri sistemi politici europei, è quello della fine della politica come l’abbiamo conosciuta nell’epoca dei grandi partiti ideologici di massa o delle scelte secche tra Est e Ovest, tra Unione Europea e nazionalismo economico, tra economia sociale di mercato e liberismo tatcheriano. Oggi, nessuna delle alternative tradizionali regge più, ad una analisi attenta delle tensioni nazionali e internazionali. Basti pensare, in questo contesto, al nuovo mondo multipolare che la Cina comunista sta progressivamente mettendo in atto tra USA, UE e il suo “estero vicino” nel Pacifico e nell’Asia Centrale. Poi, la Carta rinnovata dovrebbe essere passibile di un referendum, come accadde alla Costituzione del 1948, e divenire l’asse di un nuovo sistema politico italiano. Sarebbero ridisegnati i rapporti tra magistratura e potere politico, uscendo dalla tensione secca tra chi vuole rinnovare il sistema giudiziario per salvarsi l’osso del collo e lo speculare conservatorismo di chi ritiene che la Magistratura debba essere una sorta di potere politico autonomo che censura o modifica l’operato dell’Esecutivo e del Legislativo. Inoltre, occorrerebbe pensare a nuovi criteri di selezione della classe politica: a parte le igieniste dentali o le amiche del Premier, se non ci sono più filtri meritocratici o se le carriere politiche si fanno nei salotti beceri della TV, allora le classi politiche saranno,insieme, più corrotte e meno efficienti di quanto occorrerebbe. E’ vero, la crisi delle classi politiche è un fenomeno globale europeo e USA, ma in Italia il livello dei parlamentari è tale da muovere, spesso, al riso o, in alternativa, alla disperazione. La Lega, se si ricorderà di Gianfranco Miglio, dovrebbe essere della partita; il Terzo Polo non ha niente da perdere nel gestire il nuovo processo costituzionale, visto che le sue classi dirigenti sono meno disastrate di quelle degli altri partiti politici; il PD potrebbe ricordarsi del tentativo, gestito con attenta malizia, della Commissione Bicamerale presieduta da Massimo d’Alema. Il PDL, nei suoi settori meno glamour, potrebbe tentare la carta dell’Assemblea Costituente per rifarsi una immagine e per dimostrare di non essere solo la claque delle feste di Arcore, di Palazzo Grazioli o del castello di Tor Crescenza. Anche l’IDV potrebbe valutare positivamente l’operazione, se si tratta di uscire dal partito antiberlusconiano “puro e duro” e navigare nelle vaste acque di una proposta politica a tutto campo. Se, poi, la separazione tra elettorato e classi politiche dovesse divenire sempre più grave, allora si aprirebbero, per l’Italia, scenari foschi: una destabilizzazione prima strisciante e poi una crisi di regime con possibili tensioni per quanto riguarda l’ordine pubblico. Ci sono già tutti i segni: la crisi del mondo giovanile, le tensioni gravissime del mondo operaio, il vero e proprio sciopero dei ceti medi, tutti potenziali di rottura che potrebbero, in futuro, sommarsi tra di loro e portare non a una fase prerivoluzionaria, ma a una situazione che ricorderebbe molto da vicino la vecchia “strategia della tensione”.

[10 marzo 2011]