Crescita europea = Atene fallita

di Marco Giaconi

In Grecia un partito che si chiama come la vecchia setta “nera”, nel senso esoterico del termine di Alastair Crowley, “Alba Dorata” (Golden Dawn), arriva al 6,79% e a 21 seggi nel parlamento di Atene. Quasi un ritorno di quel legame tra massoneria occulta britannica e sétte naziste che favorì il viaggio di Rudolph Hess, il 10 Maggio 1941, per evitare l’operazione “Leone Marino” di Hitler contro Londra e unire le forze “ariane” per lottare contro i sovietici. E noi, in UE, stiamo a parlare di crescita economica.
Magari, anche qui sarebbe utile la magia “operativa” di Crowley, con le sue bacchette e le evocazioni rituali del “Liber Aba” o le sue complesse  pratiche sessuali, che permisero a Mussolini di spedire fuori dai piedi Crowley e i suoi adepti da Cefalù, dove magari facevano anche qualche lavoretto per i Servizi britannici. E pensare che nella Golden Dawn britannica, con agganci nelle élites occultiste turche e tedesche, militavano la moglie di Oscar Wilde, William Butler Yeats, Gustav Meyrink, Bram Stoker, quello di Dracula. Non credo che i politici greci possano mostrare questo “parterre du roi”. Ma passiamo alla questione della crescita economica, ormai esoterica come il rito rosacrociano di Thelema, la società dell’Ordine dell’Alba Dorata.
L’asse del nuovo sviluppo economico UE dovrebbe essere la Banca Europea degli Investimenti (tripla A per Fitch e Standard & Poor’s) che ha un fondo di assets per 53, 2 miliardi di Euro alla fine del 2011, la quale però ha comprato, per tenerli il più possibile “bassi” e per garantire la liquidità agli Stati, una grande quantità di titoli pubblici italiani e spagnoli, passando da 1385 miliardi di Euro di titoli di Roma nel 2010 a 2547 miliardi di Euro nel 2011.
I titoli spagnoli comprati dalla BEI erano, nel 2010, pari a 984,1 miliardi di Euro, mentre la Banca Europea degli Investimenti ha comprato sul mercato secondario titoli del debito sovrano di Madrid per 2905 miliardi di Euro nel solo 2011. Se quindi il valore dei titoli pubblici spagnoli e italiani cadesse, la BEI dovrebbe acquisire altra liquidità per sostenere il suo capitale di rischio. Ma lo statuto BEI stabilisce che ogni aumento di capitale debba avvenire all’unanimità, e già ci immaginiamo la reazione di Londra e quella, ugualmente stizzita, di Berlino. Tanto più che Van Rumpuy, presidente del Consiglio Europeo, vuole, per la “crescita” una dotazione di 10 miliardi di Euro “freschi” a disposizione della BEI. Nei corridoi del palais Charlemagne si parla quindi di un “Piano Marshall” da 200 miliardi di Euro per riconvertire le imprese UE e fornire la comunità europea di infrastrutture, ritenute essenziali per la sempre più evanescente crescita.
Naturalmente le infrastrutture, soprattutto nel sistema dei trasporti, sono investimenti ad altissimo moltiplicatore. Ma oggi la tecnologia vincente nelle imprese globali è quella che non ha bisogno di vecchie reti di collegamento oppure, in Cina, di forza-lavoro che costa come i vecchi schiavi dell’Impero Romano. Non a caso, quando Deng Xiaoping fece la scommessa della prima “zona economica libera” di Shenzen, nel 1978, scelse proprio la città del Guangdong che confinava con il porto internazionale di Hong Kong.
Questa storia del Piano Marshall, poi, che politici privi di cultura storica tirano fuori ogni tanto, soprattutto per il Medio Oriente, è, per dirla con Leopardi, “una bella fola”. Il Piano del generale Marshall era basato sul trasferimento delle industrie “mature” USA nei paesi vinti dell’Europa continentale, che non avevano infrastruttura produttiva alcuna, con finanziamenti all’acquisto di beni prodotti dalla “Vecchia Europa” che gli USA compravano per innescare quello che nel 1960, parlando dell’India, un diplomatico di Washington chiamava “il decollo economico”. Cosa c’entri questo meccanismo con la ripresa europea rimane un vero mistero, temiamo doloroso: chi dovrebbe comprare i nostri beni, chi infine dovrebbe cederci le sue “seconde lavorazioni”, chi infine stabilire i prezzi “politici” degli acquisti?
Quindi, il vero problema per la BEI è quello di tenersi ancora “in pancia” un totale di 24,5 miliardi di Euro in titoli di stato dei paesi UE, titoli che potrebbero facilmente svalutarsi e determinare la ricerca, da parte della BEI, di capitali freschi fuori dal perimetro europeo, con il beneplacito di Londra, che non calcola in Euro, e l’implicito sostegno di Berlino, che si troverebbe a fare il leader   delle esportazioni europee con una moneta svalutata, l’Euro, e la crisi strutturale dei suoi concorrenti dell’Europa meridionale.
Intanto, la Grecia, se non riuscirà a formare un nuovo governo dopo le elezioni che hanno visto il successo di ”Alba Dorata”,  andrà alle elezioni il 17 giugno. In prima battuta la Grecia era riuscita a scambiare i propri titoli di debito sovrano con nuove obbligazioni trentennali, con una svalutazione nominale del 53,5% del valore facciale dei vecchi titoli. L’operazione è andata in porto, ma non completamente, e quindi Atene non ha potuto accedere alla seconda tranche di aiuti comunitari per 130 miliardi di Euro. Ma dopo la chiusura parziale delle trattative tra Grecia, investitori privati, IMF e UE, l’International Swaps and Derivatives Association la lobby che cura gli interessi dei detentori di titoli a garanzia dei debiti, ha accettato il rimborso dei propri assicurati sul debito greco tramite i CDS (Credit Default Swaps) accesi sui titoli di Atene. Quindi, il mercato globale diceva a chiare lettere che il “rientro” del debito greco era impossibile, e occorreva fare subito cassa con i CDS.
Il primo default greco è stato selettivo, si basava su 206 miliardi di Euro sul totale di 365 emessi sotto le normative elleniche. Se però un nuovo governo non creerà le condizioni di una liquidità greca a partire dalla stretta fiscale e dalla riduzione dei salari, allora gli 11,5 miliardi di tagli per finanziare la nuova sequenza di titoli di Atene, che devono essere realizzati entro giugno 2012, non saranno possibili e né privati né istituzioni finanziarie internazionali correranno in aiuto dell’economia di Platone e Aristotele.
Instabilità sociale o addirittura guerra civile in Grecia (Goldman Sachs dà probabile al 45% un governo militare ad Atene, prossimamente) riduzione dell’area Euro, caricamento di ulteriori debiti sulla BEI e sulle altre istituzioni finanziarie comunitarie, diminuzione sensibile della capacità di acquistare titoli sovrani spagnoli o italiani al tasso prefissato, contagio della crisi greca. E così la ormai annosa guerra Euro-Dollaro sarà conclusa. Ma non ci sarà un Piano Marshall.

[10 maggio 2012]