Crisi dei mercati finanziari
Le crisi economiche iniziano sempre come “il ladro nella notte” di evangelica memoria. Nessuno sa bene quando verrà, ma si sa che prima o poi verrà. Nel caso della attuale tempesta finanziaria mondiale, le fasi, concitatissime, sono sostanzialmente le seguenti.
All’inizio del 2008 la FED statunitense decise di gestire la crisi debitoria con la credenza, piuttosto ingenua, che alcuni tagli aggressivi dei tassi potessero decongelare il sistema bancario e il flusso dei crediti. Le banche, che dopo queste operazioni inefficaci di abbattimento del prime rate USA sono ancora in crisi, alla metà di settembre 2008 sono state tenute in vita da una notevolissima massa di trasfusioni di liquidità da parte del sistema delle banche centrali americane.
Le banche centrali del sistema FED hanno adottato l’equivalente economico della strategia militare della “terra bruciata”. Qualsiasi operazione è buona per rifinanziare le banche (salvo, stranamente, Lehman Brothers). Ma l’essenza del problema rimane una discrepanza elevatissima, nell’economia USA, tra produzione e consumo. Quindi gli interessi bassi gestiti per stimolare i consumi erano non una parte della soluzione, ma del problema. I detentori esteri dei titoli di debito USA saranno quindi stimolati ad acquisire quote del debito USA, che sono sussidiate a spese del contribuente americano. Russia, Cina, probabilmente India acquisiranno buona parte del debito estero USA, che già detengono per quote molto elevate, il che porterà ad una diminuzione evidente del ruolo strategico degli USA negli scacchieri internazionali dove gli interessi americani e NATO non collidono perfettamente con quelli cinesi o russi.
Fra l’altro, la dottrina economica classica non ha mai prospettato analiticamente la possibilità che vi sia una prolungata crisi di liquidità nei mercati interbancari, come sta accadendo oggi.
Quindi, uno degli insegnamenti della crisi attuale è che finora ci siamo troppo concentrati sulla solvibilità e sulla gestione dei capitali, trascurando il concetto e la funzione di liquidità. I mercati finanziari hanno un ruolo sempre maggiore nel sistema degli intermediari finanziari (banche, società di trading, etc.) e quindi la liquidità reale degli strumenti trattati in questo settore è molto difficile da stabilire a priori. Ecco perché la prima fase della soluzione della crisi, che prevedeva cifre certe e note, non ha risolto il problema. Gli investitori, terrorizzati come topi in un esperimento, hanno aspettato che il mercato bruciasse la nuova liquidità giocando al ribasso.
Quindi la domanda chiave è: vi sono risorse sufficienti negli USA per ridefinire i mercati finanziari in modo che l’economia reale e finanziaria (necessaria quanto la prima) possano ripartire? È il carattere internazionale e geopolitico della crisi che farà la differenza, a parte la sostanziale inibizione al prestito delle banche tra di loro, che non sanno e non possono sapere quanti titoli “infetti” abbia in portafoglio il debitore e se, malgrado questo, abbia la possibilità di saldare il debito interbancario a scadenza.
I singoli paesi non hanno nessuna intenzione, come è accaduto all’Islanda, di sostenere i crediti bancari degli stranieri, e i vari governi non hanno alcuna intenzione di assumersi i probabili oneri debitori di altri Paesi. La fase due, in parte già iniziata dopo il summit di Parigi di metà ottobre, sarà quella di costringere (con gli strumenti di mercato) le istituzioni finanziarie e riprendere, con i soldi degli Stati, il ciclo del credito evitando che le banche usino la liquidità fresca e sana dei governi per stabilizzare i loro debiti e basta. Questo significa che, se le banche USA saranno indotte a prestare solo a banche americane, e quelle europee a case finanziarie in UE, il ciclo interbancario che ha sostenuto l’espansione commerciale di paesi tipicamente esportatori, come per esempio l’Italia, cesserà. E si dovrà o ricostruire un mercato interno (la vedo dura, soprattutto in Italia, con questa struttura dei salari e le costrizioni sul debito pubblico in ambito UE) o trovare nuove occasioni di finanziamento interbancario globale.
La Cina? Sarà in crisi con tutti i suoi dollari nelle riserve della Banca del Popolo Cinese, l’istituto di emissione di Pechino. La Russia? I fondi sovrani russi stanno andando, per scelta geopolitica, verso il mondo arabo e l’Asia, e l’abbattimento del prezzo del barile certamente restringerà la liquidità di Mosca. Per non parlare della sua opaca Borsa, già peraltro in crisi prima dello scoppio della tensione sui subprime in USA. Inoltre, non esiste nessun sistema globale per gestire crisi di questa entità. Il G-7, che pure ha svolto finora un’azione meritoria, è stato creato per il business as usual, e per piccoli aggiustamenti di scarsa rilevanza strutturale. Se poi, come ha sostenuto molto giustamente Geminello Alvi, si andrà verso una sospensione del Trattato di Maastricht, allora i paesi europei subiranno la tentazione irresistibile di farsi concorrenza tra di loro, e l’Italia dovrà scegliersi un’area produttiva e geografica da “tenere” per stimolare il suo sviluppo e non gonfiare a dismisura il proprio debito pubblico, già colossale. E poi, diciamolo subito, è del tutto ridicolo che i paesi che hanno una stessa moneta decidano politiche finanziarie diverse. D’altra parte, la storia dell’Euro è di origine strategica e geopolitica, non finanziaria. Gran Bretagna e Francia, nelle more della unificazione tedesca (che Vladimir Putin, allora dirigente del KGB a Dresda, favorì obbligando la STASI tedesco-orientale a lasciare aperti i canali di comunicazione tra le due Germanie attraverso l’Ungheria) temevano un asso pigliatutto tedesco nell’Europa centrale, che avrebbe marginalizzato le loro politiche estere e le loro economie, e pretesero (Maggie Thatcher era peraltro contraria all’unificazione, la convinse Mitterrand con il suo fascino latino) che la nuova Germania desse in pegno la sua forte moneta al resto d’Europa. L’Italia non doveva partecipare, data la sua economia instabile e il suo debito pubblico già allora colossale, ma l’Italia era necessaria per riequilibrare l’area Euro, e un paese del G7 non-euro tra il Mediterraneo e l’Europa renana avrebbe compiuto tutti i dispetti possibili alla nuova moneta derivante dal marco tedesco preso in ostaggio. E fatto entrare dalla porta una concorrenza sleale del Dollaro verso l’Euro. Il che, peraltro, fu nei progetti di molti politici, in quegli anni. Bastò il volto intelligente, ironico e onesto del vecchio normalista Carlo Azeglio Ciampi per chiudere positivamente per l’Italia la questione.
Quindi, l’UE non è un matrimonio d’amore, ma la scelta di alcuni paesi di chiudere alla concorrenza globale, con meccanismi non tariffari, i loro mercati comuni e di evitare, nei momenti brutti, di speculare al ribasso sulle rispettive monete. Come l’Italia ha spesso sopportato, dal ’70 in poi. Allora, dobbiamo solo sperare che la scelta dell’Eurogruppo di sostenere con capitali illimitati ma a tempo i mercati finanziari (che per ora i mercati hanno digerito bene) riesca a stanare tutta la massa di titoli tossici in giro tra le banche. Nessuno può prevederlo e definire una entità precisa per questa massa di carta straccia. Ma la durata annuale, dato che i mercati finanziari vivono a cicli brevissimi e hanno la memoria di una ballerina di Pigalle, è un ottimo strumento per far galleggiare questa carta, e farla uscire dai mercati. La scelta di Giulio Tremonti è stata intelligente e rapidissima: immediato sostegno alle banche diretto dallo Stato, senza intermediari o l’emissione di nuovi titoli (come invece ha fatto il ministro USA Paulson, facendo impazzire i mercati) e il blocco, con dichiarazioni precise e secche dei responsabili politici (apprezzate anche da D’Alema) della paura dei depositanti, che tanto ha caratterizzato tutta la filmografia americana sul crollo di Wall Street. Evitare la fuga dei depositi è già una ottima soluzione al problema.
Che fare? Separare IMF (Fondo Monetario Internazionale) e Banca Mondiale, magari rendendo la Banca Mondiale un regolatore dei mercati finanziari e delle loro forme di transazione. Basta con i titoli derivati inventati da qualche giovincello cocainomane tra i corridoi delle banche di affari, dove sono tutti pagati con la carta straccia che hanno finora prodotto e quindi sono interessatissimi a emetterne di nuova. Occorrerebbe poi un fondo globale di garanzia per le operazioni in titoli atipici, finanziato dalle banche centrali dei vari paesi interessati che sarebbe regolato con i criteri, modificati, che mettono in correlazione la liquidità totale e la solvibilità delle banche nazionali con la liquidità effettiva detenuta in cassa e a disposizione delle operazioni dei depositanti. Inoltre, per un paese come l’Italia che vive di Piccole e Medie Imprese, sarebbe necessario un accesso strutturato, extra-bancario, ai mercati finanziari: una “borsa dei Piccoli” che già ha cominciato ad operare a Milano, ma che dovrebbe essere innervata, con gli strumenti telematici, in tutti gli uffici finanza delle imprese italiane. Le banche avranno pochissimi soldi da prestare alla clientela, nei prossimi mesi, e le aziende non possono aspettare l’imprevedibile stabilizzazione della finanza globale. Poi, è bene dirlo, le banche italiane, per ragioni culturali, non sanno manovrare a favore della clientela i meccanismi della finanza evoluta, e vendono ai clienti, magnificandola, la carta straccia che loro hanno ricevuto in dote da qualche grande azienda in crisi (vedasi Cirio, Parmalat, etc). È la variante finanziaria dell’Elisir d’amore di Donizetti. Questi Dulcamara dovranno essere molto più controllati sia dal Ministero dell’Economia (Tremonti avrà ancora, sul suo scrittoio a Via XX Settembre, un portamatite ricavato da un vasetto di pelati Cirio?) che dalla Banca d’Italia. Ma stiamo a vedere. Ne riparleremo.
[17 ottobre 2008]


