Crisi del Berlusconismo
Governare è far credere, come afferma il mio maestro Francesco Cossiga. Se, quindi, si inviano agli elettori messaggi contraddittori o difformi a quanto previsto, allora la “dissonanza cognitiva” raggiunge il massimo e si crea il meccanismo del “doppio vincolo” come quello studiato da Gregory Bateson e dalla sua Scuola di Palo Alto.
Una differenza tra livello linguistico esplicito e quello meta-comunicativo, non verbale, che emettono segnali opposti. Il ricevente non sa quale dei due messaggi è quello valido, e si genera una tensione psicologica che Bateson riteneva potesse portare, nella comunicazione infrafamiliare, perfino alla schizofrenia. Silvio Berlusconi coltiva, insieme, la sua immagine di outsider della politica, sia sul piano dei comportamenti privati che delle geremiadi (“non mi fanno governare”, etc.) ed il suo ruolo di statista, che si ritaglia soprattutto sul piano internazionale. Da un lato il potere unico di una leadership che ha molto a che fare con la teoria della star del pubblicitario Séguéla (quello che inventò lo slogan “Una forza tranquilla” per Mitterrand). Per il public relation man francese una star si afferma con la sua sola presenza, e non viene valutata secondo il diagramma buono-cattivo o giusto-sbagliato. Vedetevi il libro di Séguéla, Domani sarà troppo star (Lupetti Editore, 1991). Dall’altro lato, il Premier “perseguitato dai giudici di sinistra”, ossessionato, come un consigliere provinciale, dagli articoli di qualche giornaletto o da i soliti finiani, rei di non adorare l’Icona di Arcore. O si è potenti davvero, oppure si ritiene di essere perseguitati da una massa innumerevole di “cattivi”. Tertium non datur. Ma, a parte le innumerevoli gaffes, che sono parte della dissonanza cognitiva del berlusconismo, ci sono problemi politici ben più seri, che ci fanno immaginare che il PDL del Cavaliere di Arcore seguirà il destino definito da quel verso di T. S. Eliot, nel suo poema The Hollow Men, “Gli Uomini Vuoti”: This is the way the world ends, with a bang, not with a whimper, “così finirà il mondo, con uno scoppio non con uno vagito”. Il primo riguarda il federalismo: il successo del PDL, e il corrispettivo calo di consensi strutturale dei Democratici, sono funzione di una polarizzazione bipartitica dell’elettorato. Se termina il “riflesso bipolare” degli elettori, cessa il richiamo di Berlusconi su tutti quei votanti che, come suggeriva Indro Montanelli per la Democrazia Cristiana, si “turavano il naso” e votavano DC per evitare l’arrivo al potere dei comunisti. Il Cav., come sempre accade in politica, possiede una leadership presa in prestito, un carisma a tempo, un fascino ad orologeria. Ha costruito le sue fortune politiche con il bipolarismo, senza la polarizzazione elettorale potrebbe perdere molti elettori del “Popolo” della Libertà, stanchi delle vecchie barzellette o scandalizzati dalla sua vita privata da gestore di night club. Se, quindi, il federalismo va avanti, allora la rappresentanza politica si frazionerà, gli interessi verranno canalizzati a livello regionale o addirittura cittadino, e la classe politica nazionale dovrà adattarsi alla regionalizzazione dei consensi e del bargaining governativo. C’è la fondata ipotesi che, a federalismo attuato, tutti gli attuali partiti, Lega compresa, saranno deformati, trasformati o addirittura spezzati da una nuova catena di attribuzione della rappresentanza politica. Quindi, tanto più ci sarà il federalismo, tanto meno il PDL starà insieme, con o senza Silvio Berlusconi. Ma c’è di più. Il Cavaliere di Arcore ha una idea del potere politico piuttosto originale, che non risulta da alcun manuale di scienza politica. Ovvero, che contano solo i voti. E’ ovvio che in una democrazia parlamentare le elezioni e le quote di rappresentanti in Parlamento di ogni partito sono essenziali, ma la vera questione è il rapporto, in tutte le democrazie avanzate, tra poteri elettivi e cariche non elettive. I democristiani che, salvo qualche raro caso, non erano fessi, acquisivano sempre l’appoggio del Partito Repubblicano Italiano di Ugo La Malfa. Il PRI era piccolo, ma rappresentava un rapporto inevitabile con Mediobanca di Enrico Cuccia, con molte delle tecnostrutture dello Stato Maggiore, con i Servizi USA e inglesi, con la Massoneria di Palazzo Giustiniani, con la NATO, con i circoli influenti del policy making globale. Nessuno governa senza un rapporto organico con questi poteri, lo sapevano perfino i comunisti. Quando il PRI decise, in un suo congresso a Ravenna, se partecipare o meno al centro-sinistra, e Randolfo Pacciardi, in maggioranza tra i delegati, era contrario, toccò ai Servizi Segreti militari, con il colonnello Allavena, far girare bustarelle tra i delegati e far vincere la linea di Ugo La Malfa, favorevole al centro-sinistra “organico”. Che era poi la linea della CIA, interessata all’entrata del PSI nel centro-sinistra per isolare i comunisti e ampliare la base elettorale di un governo “atlantico”. Oggi, Silvio Berlusconi sembra pensare che conti solo il gioco elettorale, e i “poteri forti” siano ai suoi piedi in quanto tycoon ricchissimo o Presidente del Consiglio, oppure affascinati dalle sue barzellette e dai modi da viaggiatore di commercio che sfodera nei consessi internazionali. Chi, come chi scrive, è abituato a praticare la politica estera, e non solo a studiarla, sa benissimo quanto le pacche sulla spalla, la voce troppo alta, la sicumera del nouveau riche facciano orrore, ai tavoli dove si definiscono le global issues. Quindi il Cav. si sbaglia pensare che basta votare e poi si è gabbato il santo, e spero per lui che non abbia mai modo di accorgersi quanto i poteri “forti” sono anche “cattivi”. Inoltre, un altro errore che la leadership del PDL continuamente compie è quello della sondaggite. Il popolo non vuole, e non ammira, chi segue pedissequamente le sue mattane. Ama, come le donne (la massa è femmina, amava ripetere Benito Mussolini) chi decide, con la “forza tranquilla”, una politica e la mantiene, costi quello che costi. D’altra parte, come appunto accade con le donne, se si segue la massa poi non si può accusarla degli errori che si sono compiuti seguendola. Non fa parte del “gioco democratico”. Ve lo immaginate un leader che dice agli elettori “non ho sbagliato io, ma voi, che mi avete detto al 65,4% che si doveva attaccare la Croazia”? Ma la sondaggite è indice di un’altra crepa del berlusconismo: la variabilità del programma politico e la sua costruzione come un prodotto di massa, che deve contentare tutti gli acquirenti. La politica è scelta e se un leader non ha la capacità tecnica, professionale direi, di scegliere chi favorire e chi no con la sua azione di governo, non deve poi lamentarsi se scontenta tutti. Inoltre, Forza Italia prima e il PDL poi sono stati costruiti (forse per questo ci sono tanti ex-comunisti, al loro interno) come “partiti della crescita”. Si trattava, nell’inossidabile ottimismo di Berlusconi, di determinare programmi per una “massa di distribuzione”, come le chiamava Elias Canetti. Niente da fare: la lunga, probabilmente secolare fase di decrescita dell’Occidente e dell’Europa renderanno i programmi mirabolanti, le promesse colossali, le uscite immediate dalle crisi cicliche un vero miraggio. E chi giocherà la carta dell’ottimismo a tutti i costi o della politica redistributiva potrebbe trovarsi a gestire fallimenti terribili, per il proprio partito e per la Nazione. Se e quando Silvio Berlusconi uscirà di scena, magari andando a riposarsi su un atollo del Pacifico, come ha raccontato Pietrangelo Buttafuoco nel progetto di un musical sul Cav., una parte dei fedelissimi abbandonerà il PDL, molti lo tradiranno e saranno, come sempre, quelli che oggi pagano più spesso il lip service laudatorio per tutte le infinite virtù del Genio di Arcore, altri rimarranno nel Popolo della Libertà e la quota di coloro che se ne vanno sarà, ad abundantiam, sostituita da tutta quella galassia di centristi non berlusconiani, compreso Casini, che oggi stanno all’opposizione. Vi sarà una leadership più ciclica e plurale, come quella che caratterizzò la DC dopo la fine politica di Amintore Fanfani. E il nuovo PDL ingloberà, con ogni probabilità, anche elementi del PD e qualche pezzo dei “poteri forti”, che oggi stanno prudentemente alla finestra a guardare.
[6 luglio 2010]


