Crisi della produttività del lavoro in Italia
Breve riassunto di un buon corso-base di economia politica: la produttività del lavoro dipende in primo luogo dai vantaggi naturali, come il classico esempio ricardiano della produttività dei terreni. Poi c’è il “fattore umano”, ovvero la quantità e qualità dell’energia “regolare e abituale” impiegata nel lavoro. Quando Bismarck impose le pensioni obbligatorie per i salariati (è la destra, spesso, che fa le grandi riforme) i “padroni” si accorsero che gli operai, resi sicuri e più sani, rendevano molto di più. Poi, sempre per quel che riguarda il lavoro, la produttività media è data dal grado di specializzazione e dalle cognizioni presenti nella massa dei salariati e dei tecnici, quello che Marx chiamava “cervello sociale”. Quindi parliamo qui di tecnologia e di specializzazione delle funzioni produttive. Vi è poi un altro elemento che determina la produttività di un sistema economico: le qualità morali della forza-lavoro. Le scritte sui muri della fabbrica di mobili del nonno di un mio collega, che invitavano gli operai (piemontesi, in questo caso) a non spendere tutta la paga settimanale in vino, le “domeniche vinose” maledette dai Futuristi, la morigeratezza sessuale, il ripudio del lusso, tutte tematiche che hanno a che fare con la stabilità e la qualità del lavoro salariato molto di più di quanto non si pensi. E Dio non voglia che l’attuale gioventù, viziata e disabituata ad ogni tipo di impegno, debba sostituire nelle “fabbriche del mondo” i morigeratissimi cinesi o gli inventivi e matematizzanti indiani. Poi, tra le cause secondarie, vi è la sicurezza delle persone e delle cose. Ovvio che la produttività del lavoro nel nostro Meridione sia bassa, data la presenza della criminalità organizzata. Se quindi una quota di questi elementi è carente, occorre compensare con una quota corrispettiva proporzionalmente maggiore di quella mancante il meccanismo della produttività di sistema. Nel caso dell’Italia, oggi, la produttività è in crisi strutturale. Secondo il Global Competitiveness Report 2009-2010 pubblicato recentemente dal World Economic Forum di Davos, la Svizzera è al primo posto su 133 economie censite, seguita dagli Stati Uniti, che si deindustrializzano ma aumentano la “parte tecnologica” del lavoro produttivo, seguiti poi da Svezia, dalla Finlandia, con il suo mix di telefonini e cellulosa, dalla Danimarca, dalla Germania, poi dal Giappone dal Canada e dall’Olanda. L’Italia, in crescita di una sola posizione sta al 48° posto. A Davos si basano su un indice di produttività definito per “pilastri”: istituzioni pubbliche e private, infrastrutture, sanità, istruzione primaria e secondaria, stabilità macroeconomica, efficienza distributiva dei mercati dei beni, complessità del sistema finanziario, cultura tecnologica diffusa, dimensione del mercato nazionale, qualità professionale degli imprenditori, innovazione. L’Italia, sia con questo modello che con le teorie più tradizionali della competitività, è il paese con la più bassa produttività del G7. Siamo il 9° mercato mondiale per grandezza, il mercato del lavoro però è rigido (siamo, in questo settore, al 117° posto nel mondo, sempre su 133 economie nazionali) mentre l’efficienza delle istituzioni, che è probabilmente il nostro vero punto critico, è stata valutata, nel modello di Davos, al 97° posto. Paghiamo, in termini di competitività, il “costo della politica” e le rigidità del sistema della rappresentanza, pletorico, spesso inutile, talvolta capace di determinare distorsioni gravi come, una tra tutte, la corruzione. Il Corruption Index di Transparency International (che si basa, peraltro, sulle “percezioni” degli utenti) ci pone al 4,3%, mentre per esempio il Brasile è al 3,7% e l’Argentina dell’eterno peronismo quasi alla metà del dato italiano, il 2,9%. L’”Indice della Libertà Economica”, che è ovviamente strettamente collegato alla corruzione, pone l’Italia al 74° posto tra le 179 censite dalla Heritage Foundation che elabora l’index, sotto la Grecia e appena di una posizione sopra la Bulgaria. Al 76° posto si trova l’Uganda. Inoltre, nel 2010 l’Italia ha avuto un Pil cresciuto dello 0,8%, con una ccrescita dell’export del 4,1% dopo l’”anno nero” 2009, che aveva totalizzato una perdita delle esportazioni del 17,3 %, mentre i prezzi al consumo salgono dell’1,3% (nel 2009 erano cresciuti dello 0,7%) e l’occupazione che è calata ulteriormente dell’1,4%, mentre nel 2009 era caduta, rispetto all’anno prima, del 2,8%. Quindi, non c’è una ripresa tale da renderci ottimisti. I prezzi medi sono “europei” e i salari, quando ci sono, sono “balcanici”, perché, in condizioni di caduta di tutti gli altri fattori di produzione, le imprese possono comprimere, nel numero degli occupati o nel salario unitario, unicamente il costo della manodopera, che subisce così la concorrenza di fatto sia dei paesi in fase di vasta crescita (i BRICs, Brasile, Russia, India e Cina) che di quelli vicini a noi, con un costo della vita ben più basso, sia che operino nell’area Euro o che abbiano una moneta autonoma, come la Serbia, la Turchia, la Polonia. La torsione tra bassi salari e alti prezzi, in un contesto nel quale la manodopera occupata tenderà ulteriormente a diminuire, non potrà che far diminuire ulteriormente la produttività del lavoro italiano. Costerà meno acquisire salariati a bassa qualifica, che sostituiranno quote di tecnologia che le imprese non possono acquisire sui mercati e ammortizzare in tempi utili. Saremo la Cina, ma a parti invertite: non possiamo proteggere la nostra moneta, come fa Pechino con il renmimbi, (la “moneta del popolo”), non abbiamo grandi attivi delle partite correnti, come la Cina, che non possiamo investire per comprare i titoli di debito dei nostri paesi-bersaglio, come fa Pechino con gli USA, che ormai sopravvivono con i capitali che il Partito Comunista Cinese ha lucrato sul mercato-mondo, non abbiamo infine una protezione dei mercati interni, che certo l’UE e il WTO ci farebbero pagare molto cara. Peraltro, proprio quelle aree che avevano rappresentato il mito economico dell’Italia degli anni ’90, quella che credeva che bastasse mandar via i “ladri” politicanti perché tutto si aggiustasse, come per esempio il Nord Ovest, sono fortemente penalizzate. Nel 2009 il sistema occidentale del nostro Nord ha perso 994.390 posti di lavoro, mentre il Nord Est, l’operoso Veneto che, all’inizio di tangentopoli, faceva i conti in marchi tedeschi, ha lasciato a casa 250.850 lavoratori, ed il Centro non sta affatto meglio, con 200.210 nuovi disoccupati. Segno che la vecchia rete protettiva delle regioni “rosse” non riesce più a funzionare a dovere. Il Meridione e le Isole, paradossalmente, fanno meno peggio di quanto si pensasse, con 282.540 disoccupati. Un lavoro meno diffuso, ma più “protetto”, come nel Sud, è ben più anelastico delle imprese settentrionali sorte tra gli ’80 e il ’90 come seconde lavorazioni, semifamiliari, di quella Germania che poi, con la riunificazione, avrebbe spedito le attività meno produttive e mature nei paesi dell’ex-Patto di Varsavia mantenendo in Patria le attività di punta e le nuove tecnologie. E’ vero, peraltro, che alcune analisi, come quella del WTO-ONU pongono l’Italia al secondo posto, dopo la Germania, nella classifica dei paesi più competitivi, ma stiamo parlando di export, un settore che non “lascia” in Italia che salari, naturalmente adeguati, o nella elasticità o nella quota unitaria, a quelli dei nostri compratori. La Goldman Sachs, nel 2009, aveva bollato il nostro Paese con una definizione durissima “non rimane all’Italia che il cibo e un po’ di calcio” ma, secondo gli ultimi reports della banca di affari le cose vanno meglio. I motivi sono semplici: con la crisi finanziaria globale si sono allontanati dai mercati esteri dai quali eravamo esclusi alcuni competitori globali dell’Italia, che ha alcuni vantaggi comparativi di cui la Germania non dispone: il Made in Italy, l’abbigliamento di alta gamma, il cibo, le macchine utensili. Ma non si può pensare ad un paese, come il nostro, che spinge sull’export senza mettere in ordine i conti al proprio interno. Se non ci sarà, per esempio, un piano pubblico di nuova tecnologizzazione delle imprese, se non ci sarà un nuovo patto tra università e aziende, se non si diminuirà la lunga sequela dei costi occulti (che non riguardano solo il “costo della politica”) ma anche la sicurezza diffusa, la riqualificazione della manodopera, la formazione scolastica, saremo, ripeto, una Cina a rovescio: un paese che vive di export senza poter condizionare le variabili macroeconomiche che ottimizzano le nostre esportazioni. Il problema è anche culturale e di valori: basta con il lassismo scolastico, basta con l’eccesso di estetica, “comunicazione” e chiacchiere varie. Scienza e tecnica, basta con i fantasy, il noir, l’ossessione del sesso. E’ quella parte etica della produttività alla quale facevamo cenno all’inizio. Lascia stare le donne e studia la matematica, come ripetevano, purtroppo senza risultato, a Jean Jacques Rousseau.
[9 novembre 2010]

