Crisi e Sistemi Europei

di Marco Giaconi

La dialettica politico-economica, in tutta l’UE, è oggi quella di mantenere, e spesso rafforzare, le misure anticrisi di forte restrizione della spesa. Ma, d’altra parte, le stesse misure contro i default sovrani non possono non contenere meccanismi di stimolo della domanda interna, per evitare che la crisi di liquidità generi ulteriore deflazione e spinga in basso i consumi, il che aggraverebbe la crisi. Barack Obama ha chiesto, giorni fa, il varo di un ulteriore “pacchetto” per 50 miliardi di Dollari. Ma, d’altra parte, se si va verso una economia quasi integralmente sussidiata, si indebolisce il sistema produttivo e si favoriscono, in una fase in cui la Cina sta aumentando sensibilmente i salari e gli stipendi, i concorrenti globali dell’UE e degli USA, due aree che sarebbero marginalizzate insieme nel futuro mercato-mondo. In una logica nella quale si “spingono” solo i salari, per favorire i consumi, si blocca di fatto la spesa per investimenti produttivi, che sarebbe il vero asse per generare una ripresa economica non “drogata” dagli aiuti di Stato.
Una nuova forma della famosa “Curva di Laffer”. Per l’economista californiano, autore della linea di Reagan sul fisco, esiste un punto oltre il quale il livello di prelievo di tasse non rende più utile l’attività economica. La supply side economics fu all’origine dell’edonismo reaganiano, come lo chiamarono quei mattacchioni amici di Renzo Arbore. Ma Laffer lavorava in un momento in cui si stava trasformando il sistema produttivo, era ai suoi albori la bolla della “new economy”, alcuni teorici, più fantasiosi ancora del professore californiano, ipotizzavano una economia senza cicli, con una crescita indefinita dei redditi e del prelievo fiscale, l’economia USA, grazie alla prima globalizzazione, quella finanziaria, arrivava ad avere liquidità a interessi vicini allo zero.
Oggi non è più così, e vedere solo il lato finanziario della questione non ci aiuta, perché la finanza è solo lo specchio nel quale si proiettano sovrapposte le immagini della politica e del sistema industriale. Il modello produttivo è vecchio e superato, in occidente, molti dei beni che hanno caratterizzato l’economia del secondo dopoguerra, come l’automobile, sono più che maturi e possono essere venduti solo con il sostegno dello Stato. Dobbiamo inventare una nuova formula industriale e l’Italia, che ha espulso la sua industria informatica circa dieci anni fa, sta ripetendo gli stessi errori che caratterizzarono la fine della “Prima Repubblica”. Il Made in Italy è, come l’opera d’arte moderna secondo Benjamin, facilmente riproducibile, e ce n’è voluta per far vincere, alla Ferrero, la causa che aveva intentato contro una ditta cinese che aveva clonato, immaginiamo con quale dolore per Nanni Moretti, la immarcescibile Nutella. L’elettronica di massa la fanno già i cinesi, che hanno pure comprato, pochi anni fa, la sezione computers portatili della IBM. La ditta più vivace del settore, oggi a Pechino, è stata fondata, nelle more delle “Quattro Modernizzazioni”, da un ex-ufficiale dell’Armata di Liberazione Popolare. Le fanfaluche sul federalismo renderanno le regioni italiane ancora più prone a subire gli shock asimmetrici sul loro “euro interno” che potranno essere posti in atto da qualche potenza economica, amica o nemica non importa. C’è la fondata possibilità che i mercati inizino a valutare il “valore esterno” dell’euro operante nelle regioni italiane “federaliste”; e ve lo immaginate il “distretto industriale” delle giostre, tra Bergantino e Melara, vicino a Rovigo, a lottare contro un intero paese, in Asia, che si mette a fare giostre per le feste popolari a prezzi stracciati? E il “distretto della sedia” in Friuli, tra Rosazzo e San Giovanni al Natisone, dove tanti nella Grande Guerra sono morti in piedi, eroicamente, a contrastare il mix di guerra finanziaria, protezionismo non tariffario, azioni di defamation di qualche nazione caucasica piena di boschi, mentre il Friuli può avere solo il legname che, un tempo, era protetto dalla famiglia veneziana del bravo pittore Agostino Nani Mocenigo?
In sostanza, il Fondo Monetario Internazionale prevede che la spesa pubblica aumenterà, tra i paesi del G20, di circa 2/5 rispetto al PIL fino al 2015, mentre il PIL dell’Eurozona dovrebbe crescere, secondo gli analisti della Barclays, di circa l’1,8, e questo è il tasso minimo per evitare che le necessità di restrizione finanziaria non uccidano la crescita, che pure è presente timidamente nella economia globale. Le misure in discussione in Italia, per esempio, sono pari all’1,6% del nostro PIL su una proiezione di due anni, mentre l’esposizione delle banche europee verso la Spagna, la Grecia, Irlanda e Portogallo è di 245 miliardi di Dollari, oltre a 1.58 trilioni di USD che le banche dell’Eurozona hanno prestato a privati nell’area di crisi finanziaria dell’Europa Mediterranea, anche se il Portogallo è piuttosto un Paese atlantico.
Francia e Germania da sole, secondo gli ultimi rapporti riservati della BCE, hanno rispettivamente 483 e 465 miliardi di USD a rischio e possiedono il 61% di tutta l’esposizione creditizia della UE.
Quindi il default, se avvenisse il “contagio”, anche dei paesi maggiori dell’Euro, è pressoché certo. Ma, con questa situazione finanziaria, sarà del tutto impossibile fare investimenti per l’attualizzazione dei nostri sistemi produttivi, mentre i dirigenti della NATO segnalano che solo una piccolissima percentuale delle FF.AA. atlantiche è combat ready, il che presuppone che ogni paese, anche piccolo, o un gruppo jihadista, possano facilmente “chiudere” il Medio Oriente o il Maghreb e creare quei punti di crisi che isolerebbero i mercati dell’export UE, con i risultati che possiamo immaginare.
La guerra economica è la vera azione bellica del mondo contemporaneo, e i Paesi interessati a restringere i nostri mercati possono farla con il minimo sforzo e il massimo risultato, rimanendo riparati dalla concorrenza UE (o USA) per il tempo necessario a creare un forte surplus  commerciale, con il quale finanziare successivamente il nostro debito pubblico e costringerci, come ha fatto la Cina con gli Stati Uniti, a comprare le loro merci. Prima di iniziare l’attacco sul Sinai contro Israele nel 1973, con la “Guerra dello Yom Kippur”, l’antefatto della fine della convertibilità del dollaro con l’oro (e l’inizio della “convertibilità”, per così dire, dell’USD con il petrolio) Anwar El Sadat volò segretamente in Arabia Saudita, per chiedere alla famiglia Al Saud di non vendere idrocarburi ai paesi “amici” di Tel Aviv. Il petrolio schizzò a prezzi elevatissimi, finì di fatto un sistema produttivo che aveva caratterizzato il secondo dopoguerra, l’OLP di Yasser Arafat, ovvero Abd Al Rauf al Qudwa al Husseyni, il nipote per parte di madre del Gran Muftì di Gerusalemme che, nel Terzo Reich, orchestrava da Berlino la propaganda antisemita di Hitler, teorizzò per la prima volta lo Stato Palestinese e Fatah e gli altri gruppi dell’OLP cominciarono a fare il “lavoro sporco” per l’URSS sia in Medio Oriente che in Europa. La geopolitica e l’economia vanno sempre insieme, basta vederle nella dimensione giusta. Oggi, siamo in una situazione similare: il jihad è sovranazionale, come l’economia globalizzata, e “chiude”, con l’aiuto di tutte le potenze islamiche mediorientali e non il mercato-mondo al sistema europeo e, per altri versi, USA. La dimensione dei sistemi produttivi europei e americani non è adatta ai soli mercati interni, che peraltro sono stati di fatto disattivati dalle crisi economiche recenti. Quello che fa la Cina, ovvero finanziare con il surplus  commerciale, simultaneamente, i mercati finali dei suoi beni e l’industrializzazione interna, noi non lo possiamo fare. Il mondo, dopo la sbornia universalista della globalizzazione e della fine della Guerra Fredda, si sta rinazionalizzando, e nessuno farà la carità a nessun altro, nemmeno all’interno della UE e della NATO. L’Africa, che potrebbe essere il “mercato collaterale” per la ripresa delle economia UE, è già “presa” dagli USA, con il loro comando AFRICOM (che, ironia della sorte, ha sede a Stoccarda) e dalla Cina, che compra “chiavi in mano” intere regioni, vi esporta le sue industrie secondarie a minore valore aggiunto, corrompe i politicanti locali e lavora in pace. Pechino lo sta già facendo in Afghanistan figuriamoci nel Corno d’Africa o nel Maghreb. Siamo chiusi nella nostra penisola eurasiatica, e non possiamo generare mercati interni tali da finanziare la ristrutturazione delle nostre formule produttive. Non è una bella prospettiva.
 
[18 giugno 2010]