Crisi strutturale del sistema politico

di Marco Giaconi

Non facciamoci illudere da abitazioni monegasche o da ottimismi di maniera sul fatto che, durante la crisi economica “abbiamo fatto meglio degli altri” il che, peraltro, è falso. Il Financial Times, mentre scrivo, dà la notizia che il nuovo Patto di Stabilità europeo conterrà, molto probabilmente, la richiesta-chiave della Germania. Ovvero l’obbligo di ridurre 1/20 di PIL l’anno per tutti i paesi con un rapporto debito/PIL sopra il 60%, che significherebbe, per l’Italia che ha il 116%, tagliare in quattro anni l’equivalente di otto punti di PIL, cioè 130 miliardi di Euro. La sanzione per chi non si mette in regola sarebbe pesantissima: la sospensione del diritto di voto nel Consiglio dei Ministri dell’UE. Strano quindi che, per distrarre gli italiani da una crisi economica e sociale che è e sarà ancora durissima, e che indica chiaramente come il nostro Paese ha perso la gara della globalizzazione, si utilizzi o l’ottimismo di maniera o la casetta di Montecarlo, oltre a quella che un ministro si è trovata già in parte pagata da un ignoto donatore, vicino al Colosseo. Il problema è che, l’Italia non ha trovato una correlazione tra modello di sviluppo e rappresentanza politica. Nella “Prima Repubblica”, come ricordò il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, il meccanismo delle svalutazioni competitive permetteva simultaneamente la spalmatura del debito pubblico nella inflazione interna e, sui mercati esteri, l’esplosione dei nostri prodotti, che costavano relativamente meno di quelli provenienti da paesi europei a moneta forte. Facevamo come la Cina. Nella fase successiva all’adozione dell’Euro, i nostri prodotti da esportazione sono stati rivalutati dalla moneta unica, mentre l’inflazione per annichilire il debito pubblico nazionale non era più possibile sulla base dei vincoli di Maastricht e della gestione centralizzata, a Francoforte, della massa monetaria denominata in Euro. A questa nuova struttura del sistema produttivo il meccanismo politico non si è adattato. Si è solo frazionato, con la Lega che ha cominciato a rappresentare gli interessi delle zone a maggiore export del Nord Est e poi di tutto il Settentrione, mentre i partiti nazionali della guerra fredda si autodistruggevano o si localizzavano anch’essi, seguendo il modello della rappresentanza leghista degli interessi regionali o distrettuali.
Forza Italia è stata due cose: la riproposizione del partito di centro che media tra tutti gli interessi in campo, e il “Vento del Nord” che portava nel panorama politico nazionale il frazionamento della rappresentanza. La Lega era omogenea agli interessi della “Grande Germania”, che utilizzava il NordEst come zona di seconde lavorazioni (tanti imprenditori veneti ragionavano in marchi, allora) mentre Forza Italia voleva essere il “partito americano”, come la vecchia DC e i partiti minori del vecchio centro-sinistra. Una torsione impossibile: gli interessi geoeconomici di Berlino sono in contrasto con quelli a medio termine degli USA, in Europa. La Germania vuole usare l’Euro forte per scalzare il dollaro dalla sua posizione di “prestatore di ultima istanza” e di moneta per le transazioni globali, soprattutto petrolifere. La “borsa del petrolio” che l’Iran ha aperto nel 2008 sull’isola di Kish, nel Golfo Persico, e che accetta operazioni denominate in Euro, sarà stata musica per le orecchie dei decisori tedeschi, mentre la Russia di Putin correla i suoi prezzi con quelli dell’OPEC, che probabilmente accetterà la full membership di Mosca la quale, come l’Iran, inizia a trattare partite di idrocarburi in monete diverse da quella statunitense. In questo contesto, l’Italia non può, come accadeva nella Prima Repubblica, correlare una politica estera alla sua espansione delle esportazioni. Quindi, le imprese italiane che si espandono e che, come in tutta Europa, crescono sulla loro quota di export, non hanno bisogno dello Stato ma, in particolare, necessitano solo di forze politiche fortemente localizzate che garantiscano gli aspetti sociali della formula produttiva che permette la loro espansione. Quindi, o locale o globale, la mediazione politica dello stato-nazione tende all’irrilevanza. L’estinzione dello Stato sognata da Marx è stata realizzata dalla globalizzazione capitalistica.
Questo spiega la nuova composizione della classe politica italiana. Se il parlamentarismo moderno è nato sulla logica della rappresentanza di chi pagava le tasse (o magari evadeva, ma non è questo il punto) e che quindi manteneva in piedi lo Stato unitario, che era la dimensione ottimale del suo spazio monetario e della sua struttura produttiva, oggi chi mantiene gli Stati sono gli investitori internazionali, che comprano i titoli dei vari debiti pubblici che, moneta unica o meno, sono tutti in concorrenza tra di loro sul piano dell’offerta sui mercati globali. Altra contraddizione strutturale: moneta unica con differenziali e massa di prodotti finanziari di Stato fortemente concorrenziali tra di loro, e valutati da un potere “terzo” che è rappresentato dalle agenzie di rating e dalle reti informative della global finance, spesso gestite da aziende di “guerra informativa” piene di ex dirigenti della CIA o del FBI. Al deperimento dello Stato si è quindi succeduta la crisi strutturale della classe politica: fanno finta di decidere, spesso non sanno o possono farlo, operano come distributori di benefit per i loro elettorati con risorse che non sanno gestire, prevedere, controllare, valutare. Questo è il motivo profondo dell’evidente scadimento della classe politica, certamente in Italia ma anche altrove in Europa. Il Parlamento è una istanza residuale e una camera di compensazione di decisioni svolte altrove, che senatori e deputati devono ratificare e far girare nello spazio mediatico che usa la politica come usa la pubblicità, lo star system, i mass-media, i paradigmi della produzione di massa. Quindi, le élites reali italiane, come quelle di altri Paesi, sono presenti alla BCE, alla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, nei centri di ricerca pubblici e privati, nelle grandi aziende globalizzate, nei media mondiali, ma non hanno nessuna intenzione di “scendere in campo”. Al di là del fatto che il vecchio capitalismo italiano che fu toccato da Tangentopoli era fortemente ricattabile, la classe politica residua di quegli anni non poteva accedere alle “dazioni ambientali” e quindi non poteva fare campagne elettorali e gestire il voto di scambio, e quindi nessuno, allora, scese in politica, lasciando a Silvio Berlusconi, con le sue TV e i suoi guai, l’onere di ricostruire il variegato centro che, nella Prima Repubblica, andava dalla DC al PSI e garantiva il “progresso senza avventure” e, soprattutto, l’esclusione dei comunisti dal governo. Che era, negli anni ’70, con la crisi del Vietnam e l’acuirsi della tensione in Medio Oriente, l’ossessione dei decisori statunitensi.
Il vecchio scenario della Prima Repubblica si è riproposto, ma stavolta in farsa, secondo la nota battuta di Marx, ma stavolta è inutile. Quindi, i due rami del Parlamento italiano sono strutture mediatiche affini a quelle dei giornali e delle televisioni. Le strutture che decidono sono quasi tutte altrove, e comunque i denari per tirare avanti lo Stato li acquisisce dai complicati calcoli della banca Centrale Europea o sul mercato finanziario privato, e in entrambi i casi le valutazioni che vengono effettuate non riguardano la classe politica, ma le tecnostrutture italiane pubbliche e private. Il sogno del socialista “utopista” di Saint Simon e dei suoi eredi positivisti si è materializzato: la fine delle grandi rivoluzioni di massa che hanno costruito lo Stato-nazione europeo ha portato al “governo degli scienziati” e al deperimento, mantenuto in piedi con pure tecniche di marketing, della classe politica elettiva. La crisi della rappresentanza politica continuerà ad andare avanti, e renderà gli eletti sempre più collegati al loro territorio, che tenderà a restringersi, e quindi il loro rilievo sui grandi flussi globali sarà ancora minore di quanto verifichiamo oggi. Il ritorno di un “mandato imperativo”, proibito dalla Costituzione all’art. 67, un vincolo privatistico sulla rappresentanza politica. Ma, se sarà possibile concedere piccoli benefici, spesso materiali, al proprio elettorato mandatario, per i politici futuri sarà sempre più difficile mantenerli a lungo o renderli finanziariamente rilevanti. Tornerà il voto di scambio diffuso che caratterizzò Achille Lauro, a Napoli, quando correva come Sindaco, le scarpe spaiate e i sacchetti di pasta, per poi dare l’altra scarpa (la destra?) dopo la verifica del voto a ‘O Comandante. E, come nei prodotti di gamma più bassa, la comunicazione politica si adatterà ai livelli meno acculturati della popolazione, che sono maggioritari e possono creare un effetto “bandwagon” sui ceti medi e, perfino, sui troppo osannati “intellettuali”. Non avremo un bel futuro.

[30 settembre 2010]