Cristina Babino, LA DONNA D’ORO

Le biografie romanzate sono straordinarie e da alcune sono stati anche tratti film di notevole successo (una per tutte: «Brama di vivere» sulla vita di Vincenti Van Gogh scritto da Irving Stone e poi tradotto in film da Vincente Minelli) ma le biografie tradotte in poesia sono decisamente più rare: ricordo «Il Diario di Kaspar Hauser» di Paolo Febbraro; i libri di Alberto Bellocchio con non ultimo «Il romanzo di Aldo» -questo per restare in Italia- mentre all’estero qualcosa qui è là appare, come per Dorothy Porter, scrittrice e poeta australiana che narrò in poesia la vita del faraone Akhenaton con la «La maschera di scimmia», raccolta di poesia omonima poi tradotta in film (per la regia di Samantha Lang).
Cristina Babino raccoglie le eredità precedenti e le distilla, affrontando un’icona -e la storia che la circonda- e facendolo con successo, senza cadere nel banale. «La donna d’oro» (termine coniato da D’Annunzio) è la storia -vera- della pittrice Tamara de Lempicka.
La nostra donna d’oro –e qui vale la pena di riassumerne i tratti essenziali- nasce il 16 maggio 1898 a Varsavia, figlia di una polacca di origine francese e di un avvocato di Varsavia. (straordinario l’attacco della Babino nei primi versi del volume: “L‘invenzione dei natali è canone/ di pochi è patrimonio d’esuli/ ed eletti a una mitologia privata// A favore d’attestato giurai nascita/ polacca, fiera e figlia della nobile/ Varsavia (…)”).
Nel 1907 compie il suo primo viaggio in Italia assieme alla nonna materna, durante il quale scopre la sua passione per l'arte. Dopo la morte della nonna, avvenuta un anno dopo, si trasferisce a San Pietroburgodove conosce l'avvocato Tadeuz Lempicki, che sposa nel 1916. Per vicissitudini politiche scappano a Parigi dove Tamara decide di dedicarsi alla pittura ed inizia a frequentare l'Académie de la Grande Chaumière. Nel 1922 espone al Salon d'Automne, la sua prima mostra in assoluto ed in breve tempo diventa famosa come ritrattista col nome di Tamara de Lempicka e continua ad esporre a Parigi fino alla seconda metà degli anni Trenta ed in seguito Milano, Roma, New York, Los Angeles e San Francisco; avverranno successi ed insuccessi, cambi di stile, periodi di silenzio, depressioni, emigrazioni. Nel 1978 si trasferisce a Cuernavaca in Messico, dove morirà il 18 marzo 1980.
Donna bella, elegante, trasgressiva, pittrice cosmopolita e icona dell'Art Déco, rappresenterà la donna emancipata, libera, indipendente, trasgressiva; le sue donne ritratte sono austere e al tempo stesso sorprendenti per carnalità; principesse o nobildonne dallo sguardo impenetrabile che riescono, con la loro staticità, a comunicare forza e movimento. La sua pittura è molto spinta, il minimo dettaglio è curato, un disegno preciso, netto, immagini di un erotismo magnetico e coinvolgente, una pittura ricca di seduzione e di originalità. Cosi come lo è la poesia di Cristina Babino che ha saputo districarsi non solo dai possibili impasse dati dalla storia, ma ricreando la storia per voce stessa della protagonista: la narrazione è infatti in prima persona. La Babino veste i panni della Lempicka e il travestimento non è una forzatura ma un vestirne i panni come una seconda, perfetta pelle. La narrazione è piana, riassuntiva eppure mai trascurata e la pittrice fa un punto della propria esistenza, serena, pacata, aulica; dismette il tono nobile ed austero, provocatorio anche, per lasciare i fatti scorrere. La Babino compie un miracolo: solo a tratti echeggia il carattere indomabile della pittrice che sferza il lettore con uno scappellotto a richiamarne l’attenzione, a dare un motto di stizza, un gioco di parole, a sottolineare un’inezia; è una concessione che la pittrice effettua –quella del raccontarsi- e bisogna porvi attenzione, ascoltare bene, perché saranno cose non più ripetute. Al capezzale stiamo fermi ed ascoltiamo, cerchiamo di non perderne una sola parola, allungando il collo, socchiudendo gli occhi.
Lo stesso accade leggendo attenti, dal bordo pagina si naviga in ogni singola poesia che è la somma di un numero di anni, esperienze, cose. Cerchiamo di vedere per mezzo degli occhi di chi ha visto prima di noi e che cerca di spiegarci. Non c’è però il voyeurismo dato dal sapere “come dipinse”. La Babino decide –perché lo ha deciso Tamara- di non affrontare quest’effetto secondario. La sento la voce dire: la mia pittura scaturisce da quello che IO vivo ed ho vissuto. Ascoltami se vuoi capire i miei colori, capiscimi se vuoi entrare nelle mie figure. Se vuoi abbracciare loro, devi prima possedere me. La voce della pittrice è profetica anche negli ultimi versi che chiudono la raccolta: “E io in quel soffio calore di terra/ e di fuoco sospesa riposo,/ in quella polvere indomita volo,// in nessun luogo presente e in ognuno./ “
In appendice – ed in chiusura al libro- una cronologia della vita e delle principali opere della pittrice che permette di confrontare il dato storico con l’apparente finzione narrativa che dispiega nel libro, volume che giustamente all’estero hanno osannato (anche nel difficile mondo accademico) e per il quale sono in corso contatti per future traduzioni in altre lingue. Meritate.
Fabiano Alborghetti


