D. Berra, A memoria di mare

Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2010, collana «Versanti»; pagg. 80, Euro 12,00
poesia
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Sono passati dieci anni dall’ultima silloge di Donata Berra, avvenuta nel 1999 (Maria, di sguincio, addossata a un palo; Frauenfeld, Verlag  im Waldgut, trad. J.Kelter ) e cinque dalla plaquette Vedute bernesi  (edizioni Alla Chiara Fonte di Lugano, 2005): l’attesa è stata ripagata con l’arrivo nel 2010 di A memoria di mare, anticipata in febbraio sul mensile  «Poesia». E’ Silvio Ramat, nella nota che accompagna la pubblicazione, che immediatamente indica il punto nodale: «ogni  eventuale sublime nutre in sé l’umile quotidiano, cosi come dalla più trita delle occasioni può spiccarsi un grano di solennità…»
L’andamento dei testi e dei quadri è allo stesso tempo estremamente libero ed estremamente dosato:
forma e contenuto sono variabili (il punto di partenza sia esso un quadro di Martinez piuttosto che un «Paesaggio con gatto assente», è sempre fonte di una rivelazione inaspettata) ma costanti imprescindibili sono la scelta (estemporanea o meno) di un punto di partenza, di un punto di arrivo, di una durata e di un punto di vista, di un’articolazione interna. Tutte queste osservazioni ma soprattutto scelte (sottoposte a prove e verifiche, da Donata Berra, che le conserva a lungo prima di scriverne) vengono modificate, smussate, ridotte o accentuate, scolpite dal confronto con la realtà, dalla resistenza offerta dalla realtà proprio come quando si va a realizzare un pezzo di danza. Non uso la parola danza in modo improprio:  l’inizio di una performance (e in questo caso è la lettura) instaura un’attesa fiduciaria, una sorta di aspettativa nel pubblico (il lettore) che, una volta individuati alcuni elementi ricorrenti, dei motivi, attende il loro ritorno e/o sviluppo. A sua volta, il compositore/autore (Donata Berra) coglie tale aspettativa, prima di tutto verso sé stessa e crea delle variazioni, progressioni e uno sviluppo. In questa maniera il discorso viene “messo in tensione” e le passioni, che sono legate alla variazione dei rapporti di equilibrio interni al discorso, entrano in campo. É infatti la variazione ritmica degli equilibri percettivi che tiene desta e articola qualitativamente e quantitativamente l’attenzione del pubblico/lettore; è attraverso la messa in ritmo degli eventi  e dei luoghi- trasversalmente rispetto ai piani del discorso - che si delinea la morfologia del senso. 
Per capire meglio cosa intendo, basta guardare la sezione dedicata alle Note, dove l’autrice riassume in pochi tratti dove e come molti dei testi hanno trovato la propria danza: da tre versi del «Canto di Ariele» (La Tempesta di Shakespeare per la poesia «S’andava tra gli alberi da frutta» posta in apertura di volume) quanto la chiesa di S. Ivo alla Sapienza in Roma; un verso di Raboni tratto da «Quare tristis» quando non un quadro di Ambrogio Lorenzetti  che da voce alla Castellana delle «Variazioni per voce sola»; oppure il cigolio di un tram a Milano se non il film «Casanova» di Fellini. E molto altro ancora.
Donata Berra si confida col lettore, crea assimetrie armoniche: le parole sono poste sulla pagina come parole-in-movimento e l’azione non si esaurisce nell’atto della scrittura (o della nostra lettura) bensì s’interseca con un’azione continua di bricolage spazio-temporale. Il punto di vista iniziale che dispiega nel testo non è mai fine a se stesso, astratto, ma è fortemente spazializzato, collegato; attraverso l’esistenza nel testo,  lo spazio (fisico e mentale) prende forma, viene dilatato, cancellato e rigenerato. La tensione (e la melodia, perché una grande attenzione è data, nei testi, ad una musicalità che ha nettamente un valore) delle poesie è tra spazio immaginario e spazio reale, e tutto ciò che avviene è che dalla scissione iniziale, nel finale i due spazi vengono a coincidere, attraverso la costruzione di un universo di segni e rimandi senza il quale l’aderenza (o come dice Ramat, la comunione tra minuzia e solennità) non sarebbe possibile. 
A lato, ma non certo alla periferia di quanto qui tratteggiato per linee sommarie, non va dimenticata l’ariosità dei versi ed ancor più (citando nuovamente Ramat) quando «anche nei risvolti amari o struggenti, questo libro predica e diffonde un’allegria  delle cose, della percezione che possiamo averne».

 

No, perché? Era un giorno come gli altri,
segnato sullo stesso calendario
di una data qualunque.

Ma verso sera
sul piccolo, remoto palcoscenico
di una piazzetta fuorivia

si è aperto un sipario d’aria purpurea
ed è salito sulla scena,
emozionato per la recita

e vibrante d’attesa, come chi aspetta
il cenno del maestro di ballo
per un ultimo, rapido inchino

il vecchio acero biondo,
laccato d’oro
dai raggi del sole al tramonto.

E tu lo guardi, allora, come
non più il tempo tuo
vi portasse un domani.

Fabiano Alborghetti