Dai partiti alla partecipazione
C'erano una volta i partiti. Quelle cose fatte di tante persone che discutevano dei problemi locali e globali, dalla fogna sotto casa alla guerra civile in Africa. Quei tempi sono finiti. La società italiana è passata attraverso il riflusso, l'associazionismo, il consumismo, il menefreghismo, il liberismo…
Ora è tempo di cambiare. Sembra dire questo Alberto Magnaghi, docente universitario al dipartimento di pianificazione del territorio dell'università di Firenze, dove ha messo su un gruppo di agguerriti discepoli della partecipazione, termine a metà strada tra la democrazia deliberativa di Habermas e le discussioni avanti Cristo nel foro romano. Siccome quella della partecipazione è una questione che sta diventando di attualità in tante realtà nazionali, e alcune regioni italiane (soprattutto Toscana, Lazio, Puglia) ci stanno lavorando, siamo andati a sentire dalla voce del suo più autorevole sostenitore come potebbe cambiare la nostra vita partecipando.
Professor Magnaghi che cosa intende per partecipazione?
Strumenti di democrazia partecipativa che sostituiscano le sezioni ormai vuote dei partiti, per ricostruire i canali interrotti fra società civile e sistema delle decisioni, a partire dal livello municipale. Tecnicamente le forme in cui si attuano processi partecipativi sono molte e a diverse scale territoriali. Ciò che mi preme sottolineare è che i percorsi partecipativi, per essere efficaci, non possono discutere di decisioni già prese; ma devono riguardare tutte le fasi dei processi decisionali (dalla conoscenza dei problemi, all'insieme degli orizzonti di futuro di una città, alla definizione, socialmente condivisa, dei progetti di trasformazione, alla loro realizzazione); devono incidere sul modello di sviluppo. La partecipazione è ricostruzione della società locale che, riappropriandosi dei suoi saperi, riconosce i propri "patrimoni" e sulla loro valorizzazione costruisce e gestisce il proprio futuro, il proprio "stile di sviluppo" la propria identità e unicità nel mondo. La partecipazione è tensione all'autogoverno municipale alla costruzione di reti di città solidali, dell'Europa delle città.
Perché avete tirato nuovamente fuori la parola Municipio, al posto di Comune?
Municipio è l'istituzione autonomistica della città, essa appartiene alla tradizione giuridica romana la quale ha sviluppato le nozioni di popolo e di civitas" ; e che ripercorre poi lo scontro dialettico fra municipalisti e statalisti dal rinascimento alla modernità. Oggi ci sono segni che l'amministrazione locale (ridotta a questo nome dagli stati moderni) nel dar corpo a nuovi spazi pubblici e di cittadinanza, nel ricostruire reti civiche, appartenenze e comunità nel progetto di società locale, ritorna a farsi Municipio, ovvero autonomia di governo, autogoverno appunto, in grado di intessere relazioni non gerarchiche, federative e solidali con altri municipi, e regioni del mondo.
Sempre che si riesca a trascinare una persona fuori di casa, distoglierlo dalla tv, davvero il cittadino coinvolto nel processo partecipativo potrà contare qualcosa di più del semplice elettore periodico?
Nell'orizzonte dello sviluppo locale autosostenibile a cui faccio riferimento il ruolo della cittadinanza attiva è fondamentale, la partecipazione è essenziale a dare forza all'esistenza di una società locale in grado di produrre autogoverno, di decidere quale benessere ricercare, cosa produrre, quanto, cosa scambiare con il resto del mondo. L'elettore periodico vive in un mondo di espropriazione crescente di saperi, di decisioni, di relazioni comunitarie, vota partiti le cui decisioni vede prendere in televisione.
Scusi, ma allora che ci fanno i politici come Prodi e Berlusconi con il Programma? Sembra che il Programma sia ormai il Vangelo, e invece lei dice che è solo un accordo tra i partiti che si mettono insieme e che va verificato e, se del caso, modificato seguendo le indicazioni delle assemblee cittadine…
C'è stata fin dalle elezioni amministrative del 2004 e ora per le politiche una grande mobilitazione di associazioni, forum, Cantieri (ricordo il Forum per Firenze, il Cantiere delle riviste, la Camera di Consultazione della sinistra, i documenti delll'Arci, Lega Ambiente, ecc.) che hanno prodotto programmi "socialmente prodotti", ovvero con il concorso di centinaia di associazioni, mobilitando energie sociali. La rete del Nuovo Municipio ha partecipato attivamente anche promuovendo molte di queste iniziative. Devo dire che ci sono stati effetti più interessanti a livello locale, con il forte impulso ad esempio a sviluppare iniziative sulla partecipazione, che non sulla formazione del programma (quale?) del centrosinistra a livello nazionale.
Quando è nata e perché Rete Nuovo Municipio?
Dopo il successo della Carta del Nuovo Municipio al Social Forum di Porto Alegre (2001) di Firenze (2002) e di Parigi (2003), molti amministratori locali, associazioni, movimenti, ricercatori, hanno sentito l'esigenza di darsi strumenti per mettere in pratica nelle realtà territoriali i principi della Carta. Cosi è nata la Rete a Empoli (2003) che vede attivi centinaia di comuni, una decine di province e dopo la Conferenza di Bari (novembre 2005) un coordinamento di 5 regioni, coordinate dalla Regione Toscana, che sta avviando con successo una legge regionale sulla partecipazione, attraverso un complesso percorso di mobilitazione di tutte le esperienze toscane di pratiche partecipative.
Va bene Porto Alegre, Firenze, il Chiapas, eccetera eccetera. Ma che c'entrano esperienze come Empoli, Pieve Emanuele, Grottammare con le teorie economiche no-global del Sudamerica?
Le politiche per un diverso sviluppo locale che chiamiamo autosostenibile, si impattano immediatamente con problemi globali quali le mobilitazioni per la pace, il clima, la sovranità alimentare, la riduzione dell'impronta ecologica, ecc. Il Municipio XI di Roma, un pilastro del bilancio partecipativo in Italia, con l'ordinanza di divieto della Coca Cola nei propri uffici in solidarietà ai sindacati boliviani, ha sollevato mobilitazioni non solo nazionali (da Roma a Torino) ma inchieste e relazioni internazionali. Dal locale al globale.
Da un lato mi pare normale che i poteri locali, nel Paese dei comuni medievali e della forti autonomie, riscoprano il senso del municipio e la voglia di contare nei processi deliberativi. Dall'altro non capisco che vantaggio troverebbero i partiti, soprattutto quelli di sinistra, a dare spazio alla partecipazione.
É semplice: oggi i governi locali e i partiti che li compongono sono dipendenti da poteri forti e appendici di decisioni legate alle sorti del mercato globale, vale a dire hanno poco potere. La cessione di potere alla comunità locale, la costruzione di sedi allargate e inclusive di decisione, l'intensificazione delle reti civiche e dei legami sociali rafforza l'autonomia degli istituti di governo rispetto a scelte che arrivano dall'alto e dall'esterno, mettendo in azione una moltitudine di soggetti attualmente non rappresentati nel sistema decisionale. Si tratta dunque di una apparente perdita di potere, in realtà si tratta di un rafforzamento delle capacità di autogoverno.
Qual è la differenza tra governare e amministrare?
Amministrare significa far funzionare una azienda, un municipio, una città, un territorio secondo regole, obiettivi interessi sovraordinati (dallo stato o dal mercato); governare significa per una città o per un territorio poter decidere del proprio futuro.
In Italia è tutto anomalo, e quella normalità auspicata da qualcuno anni fa è stata più volte tradita, forse anche da chi la ricercava. Lei vorrebbe farci credere che la partecipazione è la soluzione ai nostri problemi?
Non voglio proprio. La partecipazione non è un fine, è uno strumento per far emergere e poter praticare i reali interessi dei cittadini in un'epoca in cui tra il perseguimento della crescita economica e la crescita del benessere la forbice è in costante aumento. La partecipazione è finalizzata alla crescita di conoscenza, di consapevolezza dei diritti e dei doveri, di saperi, di identità, di spazio pubblico, di legami sociali, di riconoscimento delle differenze. È dunque una scuola di educazione civica per cambiare radicalmente un modello di sviluppo insostenibile. Una nuova pratica della democrazia contiene in sé il codice genetico di una nuova società.


