Dalla Sardegna a Piazza San Giovanni
Lo scorso venerdì, il 13 febbraio, è stata una giornata, dal punto di vista politico per il Pd, ma anche per Berlusconi, e sociale in generale, assai significativa. Infatti, quella giornata si è caratterizzata per due avvenimenti, che in qualche modo possono essere trattati insieme, tanto da poterne scorgere, così facendo, degli elementi che s’intrecciano. I due avvenimenti a cui mi riferisco sono lo sciopero di lavoratori Fiom (metalmeccanici) e Funzione Pubblica (dipendenti pubblici) della Cgil con relativa manifestazione in piazza San Giovanni a Roma e la chiusura della campagna elettorale in Sardegna in vista del voto per l’elezione del Presidente della Regione del 15 e 16 febbraio.
Cerchiamo di scorgere alcuni intrecci.
Se il Pdl vincerà in Sardegna, Berlusconi userà tale vittoria per legittimare il suo percorso di aggressione verso la Costituzione scritta e materiale del nostro Paese che ormai porta avanti apertamente. In questo percorso rientrano anche i rapporti con le parti sociali, di cui il processo di delegittimazione verso la Cgil, con relativa esclusione dall’accordo dello scorso gennaio, ne è un esempio. Dall’altra parte, Veltroni, nel nostro venerdì tredici, era in Sardegna per la chiusura della campagna elettorale di Renato Soru, candidato del Pd, invece di essere in piazza S. Giovanni con i lavoratori che manifestavano contro il Governo. Inoltre, nessuno dei due ha taciuto sulla manifestazione della Cgil, ma questo era abbastanza scontato. Berlusconi ne ha parlato in modo sprezzante, mentre Veltroni ne ha dato un indefinito appoggio. E ancora, i mezzi di informazione, ad esempio i tg nazionali, hanno dedicato più tempo alla campagna elettorale in Sardegna che alle ragioni dello sciopero e alla manifestazione dei lavoratori della Cgil. La cosa è un segnale che c’è qualcosa di pericolosamente distorto nell’informazione italiana, un’informazione che, controllata o meno da Berlusconi, ne asseconda comunque le strategie: è Berlusconi che ha voluto caricare il voto in Sardegna di significati nazionali. Non ci dimentichiamo le sue molte visite, con l’Italia nel bel mezzo dalla crisi economica internazionale, al proprio candidato, Ugo Cappellacci, tanto da presentarsi lui stesso come il vero avversario di Soru.
Insomma, Berlusconi vuole sfruttare una possibile vittoria elettorale del Pdl come una vittoria personale, come una legittimazione del popolo al suo modo di governare, e quindi, se il risultato gli sarà favorevole, farà passare l’equivalenza elettori sardi = popolo italiano, se non vincerà l’equazione non sarà possibile, e chiunque la proponga farà una strumentalizzazione del voto, nell’uno o nell’altro caso i mass media saranno pronti senza fare una piega. E Veltroni, da parte sua, cerca di stare al passo, ma ha molto più da perdere e un po’ meno da vincere dalla strategia proposta da Berlusconi, ma il perché lo dirò alla fine. Torniamo adesso a Roma.
In piazza S. Giovanni si è svolta una manifestazione, al di là delle questioni di merito, al di là della vicinanza o estraneità verso la Cgil, che ha richiamato o avrebbe dovuto richiamare l’attenzione, vista la copertura mediatica, su un fatto gravissimo: il Governo ha siglato un accordo quadro, quindi non si parla di una questione particolare ma delle modalità della contrattazione stessa, senza l’intesa del più grande sindacato italiano. Anche qui, non si vuole entrare nel merito dell’accordo, vale a dire se ciò che c’è scritto sia giusto o sbagliato, ma nei modi in cui si è arrivati a questo accordo: favorendo spudoratamente Confindustria e spaccando l’unità sindacale. Non dimentichiamoci che non era mai avvenuto nella nostra storia repubblicana che si ratificasse un’intesa quadro senza l’accordo della Cgil. Ciò porta a interrogarsi su questioni di legittimità della rappresentanza sindacale e inevitabilmente su questioni di democrazia economica. Giustamente la Cgil promuoverà un referendum per consentire a tutti i lavoratori di potersi esprimere liberamente sull’accordo in questione.
Basta questo per capire che qui c’è molto materiale per un partito all’opposizione, soprattutto se questo partito si definisce democratico e, in qualche modo, di sinistra. Allora perché il Pd non ha approfittato, in senso positivo, di questa situazione? Perché non ha dato un forte e convinto appoggio ai lavoratori e non si è impegnato ufficialmente insieme al sindacato per una questione di democrazia? Ho usato a proposito le parole forte, convinto e ufficialmente per sottolineare la mancanza di una linea di partito, una questione questa che non è superabile con la solita litania che il Pd è un partito plurale in cui convivono molte anime, formato da sensibilità diverse, che anche in quest’occasione Veltroni ha ripetuto dalla Sardegna. Anche su questioni economiche e del lavoro c’è la libertà di coscienza? Non credo. Se pure è vero che il Pd è un partito diverso da quelli che finora si sono avuti in Italia, ciò non dovrebbe significare che ogni posizioni espressa da un esponente del Pd abbia lo stesso peso esterno, e non dovrebbe averlo, ma che, pur nelle differenze interne, sarebbe necessaria una linea, quella che in qualche modo ha vinto una competizione interna, legittimata a esprimere la posizione ufficiale del partito verso l’esterno attraverso il suo leader. Si dirà bisogna averla una linea per poterla esprimere, questa è una cattiveria gratuità nei confronti di Veltroni che non voglio fare mia, la cosa che però si può obiettivamente ravvisare nel comportamento e nelle dichiarazioni di Veltroni è quella di aver cercato di essere il segretario di tutte le posizioni, di essere il leader di sintesi delle differenti anime, si direbbe con il linguaggio dei vecchi partiti delle differenti correnti, ma la cosa per il momento è fallita perché non c’è stata una reale competizione interna al momento delle primarie, uno scontro anche duro con alternative reali avrebbe probabilmente fatto uscire una linea di partito. La questione è molto complessa e articolata in molte concause, la cui analisi va al di là dei miei intenti, mi basta qui questo accenno per un collegamento alle elezioni in Sardegna, chiarendo quanto accennato sopra in merito ai diversi vantaggi che possono ricavare Berlusconi e Veltroni dall’esito di questo voto.
Se Soru vincerà, ovviamente ne guadagnerà tutto il Pd e anche Veltroni, sarà, come si suol dire, la classica boccata d’ossigeno in tempi di respiro affannoso, ma avrà anche vinto un esponente del Pd, che piaccia o meno, che rappresenta un’immagine di determinazione all’interno dell’universo democratico, che si è scontrato anche con altre posizioni all’interno del partito (si ricorderà che Soru si è dimesso da Presidente della Regione Sardegna per contrasti interni alla propria maggioranza sulla cosiddetta legge salvacoste). L’opposto, quindi, dal modo di proporsi di Veltroni, la cui critica, dopo l’esito positivo, potrà avere un ulteriore appoggio nel successo di Soru. In definitiva non sarà una vittoria di Veltroni, come invece sarà di Berlusconi se vincerà Cappellacci, come abbiamo detto. Va da sé che se Soru dovesse perdere, le critiche alla leadership di Veltroni non saranno certo risparmiate: il bilancio delle elezioni sotto la sua guida sarebbe disastroso. Va altrettanto da sé che il segretario del Pd non ha le possibilità di Berlusconi nei confronti dei media né è segretario di un partito di sudditi, quindi gli sarebbe difficile riuscire a giocarsi entrambe le alternative. In definitiva, lo ripetiamo, comunque vada, non sarà totalmente una vittoria per Veltroni, allora, forse, invece di seguire la strategia di Berlusconi, avrebbe fatto meglio a impegnarsi nella strada, senz’altro più difficile, di costruzione di un percorso di opposizione a questo Governo insieme ai lavoratori e alla Cgil. Se aggiungiamo che probabilmente Veltroni non porterà alcun voto a Soru, avrebbe fatto meglio quel venerdì tredici a rimanere Roma?
[16 febbraio 2009]

