Daniel Innerarity, IL NUOVO SPAZIO PUBBLICO

Meltemi, Roma 2008, pp. 287, € 22
saggistica
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Nel mondo della postmodernità in cui viviamo, ormai un cumulo di frammentazioni di discorsi e di interessi, di particolarismi esasperati, soffocato tra localismi chiusi e globalizzazione mercantile, ha senso parlare di spazio pubblico? Daniel Innerarity ci risponde positivamente, anzi non soltanto ha senso parlarne, ma è necessario, proprio perché viviamo in questa società, costruirlo. Questa costruzione è sempre qualcosa di nuovo, nel senso che lo spazio pubblico non è mai qualcosa di definito una volta per tutte ma il risultato.
Ma è sempre in continua evoluzione, del confronto discorsivo, aperto tra i soggetti, e non quello strategico o negoziale degli interessi. Questo è ancor più importante nelle società complesse in cui spesso neanche gli attori sociali sanno riconoscere i propri interessi: è tale la complessità sociale che è quasi impossibile in maniera unilaterale prevederne i vantaggi o gli svantaggi. Ecco perché non ha più senso un confronto basato sul gioco a somma zero (meno ottieni tu, più ottengo io). Da qui discende che occorre una politica cooperativa a tutti i livelli, da quello locale a quello mondiale.
L’autore vede nell’Unione Europea una possibilità di sperimentare un potere politico in tal senso. A livello europeo, potremmo cogliere questa opportunità se l’Europa sarà intesa non come una sorta di super-Stato o come una federazione di stati, bensì come “una nuova forma di organizzare il potere politico” (pag. 272). Nella direzione opposta troviamo un potere politico, internazionale in primo luogo, giocato ancora sull’agire unilaterale, ma, a detta dell’autore, non sarà una strada percorribile ancora per molto. È interessante notare come la storia sembra dargli ragione: Innerarity, che pubblica la versione originale del suo libro in Spagna nel 2006, ha come punto di riferimento negativo per questo ragionamento la politica estera unilaterale dell’Amministrazione Bush. Ora, Obama sembra aver capito che oggi il potere, anche quello degli Usa, è inevitabilmente un potere debole; perciò – dovrebbe essere l’impegnativo passo successivo – occorre organizzare il confronto internazionale su nuovo terreno, creare uno nuovo spazio in cui domini la cooperazione internazionale, in cui si interagisca per gettare le basi per la costruzione e condivisione di un bene comune. È proprio questo il punto: la costruzione di una cultura pubblica comune, a tutti i livelli, da quello locale a quello internazionale. Questa costruzione passa inevitabilmente dalla necessità di trovare nuovi spazi pubblici dove articolare i discorsi collettivi.
Innerarity non è uno sprovveduto, sa benissimo che questa costruzione non è cosa semplice, e il suo libro è particolarmente interessante non solo perché ci offre un ideale di democrazia e ci fornisce una lettura della situazione attuale della nostra società, ma soprattutto perché lega le due cose: l’ideale diventa praticabile, o meglio, l’ideale diventa urgentemente praticabile alla luce dell’analisi della contemporaneità
 

Claudio Serni